Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (11 note al testo)

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NOTE

 

1.L'anonimato ci permette di onorare in lei anche le altre numerose compagne (tra cui due sue sorelle) che nella vita cospirativa svolsero mansioni coraggiose, rimanendo costantemente ignorate nelle memorie scritte dai compagni “arrivati”. (Nota dell'Editore)

 2. Amadeo Bordiga, animaore e fondatore del PCI, ne fu il primo segretario. Anche Togliatti, trattando della “formazione del gruppo dirigente del PCI” scrive ora che: “Il vero dirigente di tutto il lavoro (per la fondazione del partito) fu Amadeo Bordiga. Questi era dotato di una forte personalità politica e di notevoli capacità direttive”. (Cfr. Annali Feltrinelli, 1960, p. 303). (N.d.E.)

 3. Le “tesi di Roma” furono elaborate sotto l'influenza preponderante di Amadeo Bordiga; ma accettate anche dagli altri dirigenti del PCI. Esse esprimevano concezioni più rigide di quelle dell'Internazionale comunista su un certo numero di punti essenziali; l'idea di partito, il rifiuto del fronte unico con altre formazioni proletarie, la politica agraria, la tattica parlamentare, ecc. Le “tesi di Roma” sono ancora oggi rivendicate dai comunisti internazionalisti rimasti fedeli a Bordiga. Essi non hanno mai accettato di confondersi con i trotskisti. (N.d.E.)

 4. Il 31 ottobre 1926 l'attentato del giovane Anteo Zamboni contro Mussolini a Bologna offrì al regime il pretesto di emanare il 5 novembre le leggi eccezionali che estinsero ogni vita politica nel paese. Fino allora, dal 1923 in poi, il PCI aveva vissuto in stato di semi-legalità: erano legali il quotidiano “L'Unità” e il gruppo parlamentare, clandestina tutta l'organizzazione del partito. (N.d.E.)

5. Nel linguaggio dell'Internazionale comunista era chiamato plenum o Esecutivo allargato un'istanza in cui erano rappresentati i maggiori partiti comunisti, che poteva essere convocata tra un congresso e l'altro. Equivaleva a un Consiglio generale. (N.d.E.)

6. Tra gli episodi di relativa indipendenza, che in quei primi anni facevano eccezione all'obbedienza supina del PCI verso Mosca, meritano di essere ricordate le rimostranze per il festoso ricevimento offerto a Mussolini dall'ambasciata sovietica di Roma nel tregesimo dell'assassinio di Matteotti, in un periodo in cui tutto il corpo diplomatico rifiutava di avere relazioni con il Duce; e la protesta contro il cerimoniale sfacciatamente fascista adottato dalle autorità sovietiche di Odessa all'arrivo di una missione dell'aeronautica italiana capeggiata da Italo Balbo. (Da parte russa venne suonata “Giovinezza” e fu fatto il saluto romano). (N.d.E.)

7. Si tratta della famosa corrispondenza tra Gramsci e i sovietici. A questo profetico ammonimento i sovietici replicarono attraverso Togliatti, che tentò assai sbrigativamente di dissuadere Gramsci dall'insistere su queste posizioni critiche. Confrontare anche G. Seniga “Togliatti e Stalin”, ed. Sugar, p. 21 (N.d. E.)

8. “L'onore di espellere Tasca, ha scritto Ignazio Silone, fu riservato alla direzione del PCI. Quelli di noi che, a breve scadenza, avremmo seguito lo stesso itinerario, commettemmo l'errore di non assumere subito le sue difese. Non fu per opportunismo. La grossa difficoltà era per noi l'assenza, nella piattaforma dl Tasca, di qualsiasi riferimento alla situazione italiana. Come avremmo potuto spiegare ai piccoli gruppi clandestini, impegnati nella lotta contro il fascismo, una rottura motivata da un diverso modo d'intendere certe questioni tedesche e russe? » (I. Silone, prefazione alla II edizione del libro di Tasca, “La nascita del fascismo”, Ed. La Nuova Italia, Firenze, 1962).

Un certo provincialismo era la conseguenza inevitabile della clandestinità. Prima che Togliatti riuscisse a sincronizzare il PCI alle vicende interne della politica russa, non erano mancate prese di posizione sentimentali di carattere donchisciottesco: così Garlandí (Ruggero Grieco), nel 1925, aveva scritto a Mosca, a nome della segreteria del PCI, proponendo che la funzione di presidente dell'Internazionale, di cui stava per essere privato Zlnoviev, fosse attribuita a Trotzky; e Botte (Pietro Secchia). , nel 1927, voleva reagire alle prime notizie sui provvedimenti staliniani a carico di Trotzky, dando disposizioni ad alcune cellule di fabbrica di scrivere sui muri “Viva Trotzky”. Il parlamento era ancora lontano. (N. d. E.).

 

9. Il lungo passato bukhariniano di Togliatti, la riluttanza dimostrata nell'associarsi alle condanne staliniane di ogni opposizione russa, la ripugnanza varie volte espressa verso il metodo caporalesco di dirigere l'Internazionale, provocarono in quel periodo una brutale reazione staliniana contro il PCI, nell'intento esplicito di liquidare Togliatti. I vari Rakosi e Kuusinen, dell'apparato dell'Internazionale, si accinsero a una revisione spietata di tutti i documenti politici e ideologici del PCI dal 1925 in poi, raccogliendo senza sforzo larga messe di eresie e deviazioni. Nulla si salvò. Le famose tesi di Gramsci sulla questione meridionale, il suo appello al Partito sardo d'azione, la sua parola d'ordine nel periodo aventiniano: “assemblea repubblicana del comitati operai e contadini”, e molte altre formulazioni schiettamente gramsciane, suscitarono nei severi censori, più che indignazione, sorpresa e sdegno. Togliatti non reagì ed esitò a lungo sull'atteggiamento da prendere. Egli si rendeva conto che era in giuoco la sua esistenza politica. Forse avrebbe tentato di resistere se fosse stato sicuro di avere con sé l'unanimità del PCI, cioè del suo gruppo dirigente. Ma egli diffidava di Longo, Secchia e Tresso. Al primo indizio di duello che egli temeva, ruppe ogni indugio e fece dello zelo nel seno desiderato da Mosca. Rinnegò Gramsci, accettò la nefanda teoria del socialfascismo, inneggiò allo sterminio degli oppositori russi, riuscendo ben presto a riabilitarsi agli occhi di Stalin. E gli rimase fedele finché gli stessi russi non l'hanno condannato. (N. d. E.).

10. Vi era stato di peggio. Poco tempo prima, l'Ufficio d'organizzazione dell'Internazionale comunista aveva mandato in Italia, per un giro Max Hofmeyer, un comunista svizzero, uomo affatto privo di qualità per quella difficile funzione. Infatti, fin dall'inizio del suo giro, egli cadde sotto il controllo della polizia italiana, la quale non lo perdette più dl vista, senza che lo svizzero ne avesse il minimo sospetto. A missiono compiuta, mentre egli stava per ripassare la frontiera, venne arrestato e, purtroppo, lo stesso giorno furono arrestati, ognuno nella propria sede, molti ottimi elementi dell'apparato clandestino (tra i quali Gastone Sozzi di Cesena). Ma a questo gravissimo danno umano e organizzativo se ne aggiunse e un altro, politico. La polizia infatti aveva avuto la diligenza di fare avvicinare l'Hofmeyer anche da elementi provocatori, i quali gli avevano descritto la situazione italiana nei colori più accesi, lamentandosi la scarsa combattività dell'organizzazione clandestina del PCI e e chiedendo armi per l'insurrezione. Di tutto questo l'Hofmeyer aveva tramesso giornalmente rapporti a Mosca, la quale non desiderava di meglio. Era la prova che in Italia il fascismo era ancora al potere per colpa dell'eccessiva prudenza dell'organizzazione clandestina del PCI. (N. d. E.).

11. La Concentrazione d'Azione Antifascista era stata fondata dal gruppo dirigente dei socialisti italiani esuli in Francia nel 1927 e durò fino al 1932. Ad essa avevano aderito anche il Partito Repubblicano, la Confederazione Generale del Lavoro, la Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo e, nel 1932, il Movimento Giustizia e Libertà. Il PCI, allora sulle note posizioni di rottura nei confronti del movimento socialista internazionale accusato di “socialfascismo”, sviluppò contro la “Concentrazione” una violenta polemica. (N. d. E.).

12.Vale la pena ora di osservare che l'argomentazione era condotta secondo il puro metodo staliniano: invece di discutere con i compagni dissenzienti il fondo dei problemi in questione, se ne tentava il linciaggio morale, qualificandoli traditori, venduti, corrotti, agenti del nemico. Onde risulta più evidente l'ipocrisia attuale dei dirigenti del PCI, quando, dichiarano che non sapevano nulla dei delitti di Stalin. Non solo sapevano tutto, ma essi stessi, nei limiti del loro potere, perpetravano gli stessi crimini. Che Togliatti, Longo, Camilla Ravera fossero in completa malafede quando accusavano i tre di essersi lasciati corrompere dalla vita dell'emigrazione, è più che evidente, poiché essi sapevano che i tre appartenevano al Centro interno che lavorava In Italia. Disgraziatamente non lo sapevano, non potevano saperlo, i compagni di base. Secondo il metodo staliniano, la stampa di partito che pubblicava I comunicati e gli articoli diffamatori, rifiutava di ospitare le rettifiche dei compagni aggrediti (il diritto a difendere il proprio onore essendo considerato un pregiudizio piccolo-borghese). I tre furono pertanto costretti a diffondere 1 propri comunicati privatamente. Uno di esci venne raccolto e pubblicato con simpatia dal periodico trotzkista “La Vérité” e da quell'atto di solidarietà. ebbe inizio un avvicinamento che si concluse con l'adesione dei tre al trotzkismo. (N. d. E.).

13. Secchia fino alla rottura dei “tre” aveva condiviso le loro posizioni ed era particolarmente legato a Tresso. Dopo l'espulsione, decisa anche in virtù del suo voto, Secchia si unì alla campagna di denigrazione che colpì particolarmente Tresso. Secchia è stato da allora uno del principali difensori della linea togliattiana e ancor oggi ha il coraggio di scrivere pur dopo essere stato in questi anni diffamato dai togliattiani: “Ancora oggi, a più di trent'anni di distanza, se riesaminiamo questa lotta (conclusasi con l'espulsione dal partito dei “tre”, Tresso, Ravazzoli, Leonetti, rientrato recentemente nel P.C.I.) le nostre posizioni politiche, seppure riconosciamo avrebbero bisogno di diverse precisazioni, non possiamo che considerarle fondamentalmente giuste”. (Cfr. “Rivista storica del Socialismo”, n. 15-16, ottobre 1962, p. 326). Fondamentalmente giusta anche la teoria del socialfascismo? Ogni Krusciov ha il suo Voroscilov. (N. d. E.).

14. Si tratta della Lega comunista, l'organizzazione trotzkista francese con la quale Blasco venne in contatto dopo l'espulsione, (vedi nota a pag. 99).

15. “Camelots du roi », letteralmente “strilloni del re”, si chiamavano gli appartenenti ai gruppi d'azione monarchica in Francia. “Matraque” è il termine francese per manganello. (N. d. E.).

16. Partito Comunista Francese.

17. Ercolí era Palmiro Togliatti; Garlandi, Ruggero Grieco; Jacopo, Giuseppe Berti; Mari, Giulio Cerreti; Gallo, Luigi Longo; Pippo-Pappa, Giuseppe Cozza, futuro sindaco di Bologna. (N. d. E.).

18. Per i motivi da lui spiegati in “Uscita di sicurezza” (ed. Associazione italiana per la libertà della cultura, Roma, III ed., 1959), Silone avrebbe preferito cessare da ogni attività politica, senza uscire dal partito, alla condizione che non si pretendesse da lui di partecipare alla campagna diffamatoria contro i neo-trotzkisti. Togliatti cercò .di facilitare questa soluzione. Ma siccome nei gruppi comunisti dell'emigrazione veniva divulgato dai propagandisti dell'apparato che Silone si associava alla condanna dei tre, Blasco gli scrisse privatamente per informarlo. In risposta Silone, oltre a varie cose personali, gli riferì in quali termini era stata concordata la possibilità di una sua permanenza nel partito. Il bollettino dei tre, all'insaputa di Blasco, riprodusse una precedente lettera di Silone dalla quale poteva apparire che egli collaborasse segretamente con l'organizzazione degli espulsi. Il seguito è noto. Superflua dire che anche senza la pubblicazione del bollettino, l'epilogo sarebbe stato identico. (N. d. E.).

19. L'involuzione burocratica e il conformismo togliattiano trovarono vivace resistenza anche tra i militanti comunisti in carcere e al confino. Kodré, Turri Adamo, Nardelli, Biagini, Radaelli, per citarne soltanto alcuni, denunciarono la burocratizzazione e i pericoli di degenerazione del regime sovietico, rivendicando un'autentica democrazia operaia. Nello stesso senso operarono altri gruppi dell'opposizione dei quali facevano parte, tra gli altri, l'operaio e agitatore sindacale torinese Giovanni Volpatto, Ezio Zanelli, un minatore emigrato in Francia, fiduciario del Soccorso Rosso, che inviato in Italia era stato arrestato, i militanti Cagnoni, Penazzato, Stefanin, Fardella, Alpi e l'attuale senatore Umberto Fiore, ecc. (Cfr. Gino Bianco, “L'Internazionale comunista e il partito di tipo nuovo”, in “Critica Sociale”, 5 luglio 1962). Come noto anche Antonio Graziadei ed Umberto Terracini furono espulsi dal partito. Quest'ultimo espulso nel 1939 fu riammesso, grazie a Togliatti, nel gennaio 1945. (N. ci. E.).

20. Tresso e Ravazzoli aderirono in seguito al Partito Socialista Italiano diretto, in esilio, da Nenni, Saragat, Modigliani, Buozzi, Faravelli ecc. Essi vi mantennero le loro posizioni classiste ed internazionaliste, che nulla hanno in comune con gli interessi di potenza dell'URSS. Si tratta, come è noto, di posizioni che sono sempre state una componente fondamentale del socialismo italiano. (N. d. E.).

21. L'allusione riguarda il segretario del PCF Maurice Thorez autonominatosi “fils du peuple”. (N. d. E.).

22. Guardie Mobili Repubblicane.

23 Scarpe di stoffa con suole di corda.

24 Franchi Tiratori Partigiani.

25. Movimento Liberazione Nazionale

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