Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (9)
Arrestato e torturato dalla Gestapo
Nel 1941, di certo in seguito a una denuncia, la Gestapo si presentò al suo alloggio clandestino a Parigi per arrestarlo. Blasco e Barbara erano stati avvertiti appena in tempo per riparare a Marsiglia, nella zona non occupata.
Capitava a Barbara di soffermarsi in biblioteca su pagine di curiosità storiche. Fu colpita una sera dalla sorte toccata ai convenzionali che votarono la condanna di Luigi XVI. Nessuno era sfuggito alle persecuzioni. Anche attorno agli antichi militanti del mito di Lenin, il cerchio si stringeva. Blasco aveva tentato di raggiungere il Messico. Al suo caso si erano interessati Silone e Antonini che erano riusciti a procurargli un visto regolare per quel paese. Disgraziatamente egli non aveva più documenti d'identità intestati al proprio nome e non poté dimostrare di essere Pietro Tresso. Fu costretto così a rimanere a Marsiglia ove s'impegnò attivamente nella Resistenza.
Nell'estate del '42 furono distribuiti in città volantini contro il governo di Vichy. Era uno dei pochi gesti clamorosi che l'opposizione clandestina poteva permettersi, ma, per la chiara ispirazione trotzkista del manifesto, Blasco e Barbara vennero arrestati in giugno dalle “brigate speciali” inviate appositamente da Vichy. Durante l'interrogatorio Blasco fu torturato in presenza di Barbara. Non parlò, ma fu deferito ugualmente al Tribunale militare di Marsiglia, insieme ad altri, sotto la generica imputazione di “attività antinazionali”.
In autunno vi fu la condanna. La stampa del 2 ottobre riportò la semplice notizia sotto il titolo “Militanti della 4' Internazionale severamente condannati “. Il testo non aggiungeva gran che: “La sezione speciale del tribunale militare ha giudicato dieci imputati che avevano esercitato a Marsiglia un'attività illegale militando per la quarta internazionale”. Seguivano i no-mi dei condannati di cui due ai lavori forzati a vita. Blasco era stato condannato a dieci anni; Barbara, la cui identità non fu provata, era assolta.
Fra i condannati a vita era un giovane combattente della guerra di Spagna Alberto Demazière che, scampato a quegli avvenimenti, rievocò più tardi, in un racconto, tutt'ora inedito, i giorni della prigionia con Blasco. I condannati furono tradotti dalla Fortezza San Nicola di Marsiglia alla prigione militare di Lodève (Herault) e, successivamente, a Mauzac (Dordogne) e, infine, a Puyen-Velay.
Dell'ultimo trasferimento, Demazière ci racconta come venissero condotti legati l'un l'altro con una catena fissata alla mano destra. Blasco commentava: “i nostri accompagnatori ci hanno preparato un bell'esempio di solidarietà proletaria”.
Avevano buone informazioni sulla nuova prigione e Demazière progettava di organizzare con Blasco il proprio studio. Una sorta di università proletaria ove portare a termine, tra l'altro, l'approfondimento de “L'accumulazione del Capitale” di Rosa Luxemburg. Il comandante era “più biscaro che cattivo” e i politici vi erano trattati con una certa benevolenza.
All'arrivo i nuovi prigionieri vennero uniti agli altri comunisti che erano già in carcere, ma l'atmosfera era inquinata dall'odio degli staliniani. Un vecchio prigioniero, un certo Salini, era ridotto agli estremi. Racconta Demazière:
In carcere con gli staliniani di Thorez
“Gli staliniani hanno ricevuto dall'esterno l'ordine di mettere i trotzkisti all'indice. Pieno successo per la disciplina. Nella camerata anche i suoi più vecchi compagni, quelli con cui è in cella da molti mesi, non gli rivolgono più la parola. Non dividono più i pacchi e non vogliono niente da lui. E' proibito di dargli il fuoco. Davanti ai secondini, la consegna dei suoi compagni di prigione è d'ignorare la sua presenza e di escluderlo tacitamente dalla comunità. Il primo giorno ha do-mandato a uno dei suoi compagni, un contadino limosino col quale era stato in buoni rapporti, il perché del nuovo atteggiamento. Il vecchio ha atteso che fossero soli per rispondergli (e dopo non gli ha rivolto più la parola) “questi sono gli ordini”. I responsabili del collettivo sono andati a chiedere al capo della prigione di toglierlo dalla loro camerata. E' un trotzkista: Non è... un patriota. E' tutto. Salini non ha avuto voglia di ridere. Non mangia più, non si regge in piedi, molte volte ha sentito la ragione vacillargli, non si sa come sarebbe finito se non fossero arrivati gli altri”.
Blasco era preparato anche a questo. Demazière scrive: “Blasco ne ha viste di ben altre. Lui ha salvato la pelle press'a poco tante volte dagli stalinisti che dai fascisti”.
La nausea e la paura s'impadronirono invece di Demazière che per rompere la situazione mosse verso uno staliniano a mano tesa. Nel silenzio improvviso, dopo una pausa lunghissima, il saluto gli venne restituito, ma in generale le cose non cambiarono. I discorsi degli staliniani tra loro non erano rassicuranti: “Ora — chiedeva uno — dovremo marciare con Blum? — Che ti fa? Blum avrà il fatto suo come l'ha avuto Trotzky”.
Il richiamo all'assassinio del “Vecchio” preoccupava particolarmente i prigionieri.
Anche Barbara era in ansia. La sua situazione era sempre precaria per la difficoltà di procurarsi i documenti. Intanto un tentativo di preparare l'evasione di Blasco, proposto da Emilio Lussu, era fallito.
Verso il febbraio del '43, Barbara intraprese, con un'amica, il viaggio per visitare Blasco. Le difficoltà maggiori furono nell'ottenere i permessi, sempre per la questione dei documenti. Poi fu introdotta nella prigione. Le celle erano disposte in circolo su un grande spazio sormontato da un ponte. Barbara poté vedere per un momento Blasco con la testa rapata, il vestito a righe e un paio di pantofole di cuoio nero ai piedi. Ma il colloquio si svolse in uno sgabuzzino attraverso una grata che non permetteva di vedersi. Blasco chiedeva notizie del fronte africano. Barbara era troppo emozionata per rispondergli a tono.
Ma sono di questi periodi di prigionia i rari mo-menti di pausa che l'impegno all'azione gli concedeva. Come abbiamo già ricordato, le lettere dal carcere di Blasco non sono quelle di un vinto. C'è piuttosto l'allargarsi e il distendersi di una consapevolezza matura che supera l'indignazione e le angosce personali. La sua parte politica era stata sconfitta e il peggio doveva ancora venire. Questo Blasco lo sapeva, ma non vi erano rimpianti per il ruolo sostenuto o da sostenere. Solo molta tenerezza per la compagna e il premere di una vitalità generosa che solamente l'abitudine al severo auto-controllo poteva contenere nei limiti dell'attività carceraria. Scriveva da Lodève il 17 ottobre:
“Mi raccomando, devi distrarti il più possibile. L'autunno è splendido e bisogna che tu ne profitti. Cura la tua salute e anche lo spirito, con le bellezze del mare e della campagna. Non ti preoccupare di me, il mio carcere è situato in mezzo a colline verdi inondate dal sole. Dalla nostra cella sentiamo i rumori della strada, vediamo i bambini andare e tornare dalla scuola... La sveglia è alle sette e un quarto del mattino. Saltiamo giù dai nostri pagliericci e facciamo per trenta minuti della ginnastica. Poi prendiamo la nostra prima zuppa (brodo di legumi caldo e assai saporito). Alle otto torniamo in cella (dove viviamo in quattro) per leggere e studiare... Cerca di raccogliere, fra gli amici, della carta bianca, il più possibile; ne avrò bisogno per scrivere...”.
E alla cognata, sempre da Lodeve: “La finestra della cella apre sulla piazza del paese e sulle colline vicine. Talvolta ho l'impressione di trovarmi davanti allo stesso panorama che ammiravo la sera, seduto in alto alla scala, davanti alla porta della cucina della casa paterna...”.
Era la continuità degli ideali giovanili sentita in piena consapevolezza:
“E' appunto perché siamo ancora giovani che ci troviamo fuori dalle diverse chiese. Le stesse aspirazioni morali che ci hanno spinti in gioventù in un partito, ci hanno spinto fuori appena ci siamo trovati in disaccordo con esso. Se fossimo diventati vecchi avremmo ascoltato la "voce dell'esperienza" saremmo diventati saggi”, avremmo ricorso — come tanti altri — alla menzogna, alla furberia, al sorriso ed agli ossequi verso i vari "figli del popolo" (21). Ma ciò non mi era possibile. Perché? Perché siamo rimasti giovani. E perciò siamo sempre insoddisfatti di ciò che abbiamo, ed è perciò che aspiriamo sempre a qualcosa di meglio. E coloro che non sono rimasti giovani, sono in realtà divenuti cinici. Per essi gli uomini e l'umanità sono solo degli strumenti, dei mezzi che devono servire ai loro scopi personali, anche quando questi scopi sono ricoperti da frasi di ordine generale. Per noi, gli uomini e l'umanità sono le sole, vere realtà esistenti. Naturalmente ciò che dico è ben generico. E sarebbe ancora necessario stabilire un legame tra le forze morali che sono in noi e la realtà quotidiana. Ed è qui che sorgono le vere difficoltà.
“Una cosa però è sicura: è impossibile sopportare in silenzio ciò che urta i sentimenti più profondi dell'uomo. Noi non possiamo ammettere come giusti gli atti che sappiamo essere ingiusti. Non possiamo dire che è vero ciò che è falso, e che è falso ciò che è vero, col pretesto che ciò può servire a questa o a quella forza in presenza. Definitivamente ciò ricade sull'umanità intera, cioè su noi stessi e ciò spezzerebbe la ragione stessa di tutti i nostri sforzi...”. Poche righe prima, nella stessa lettera, aveva scritto:
“Malgrado tutto siamo ottimisti e pensiamo di uscire molto tempo prima della condanna che ci è stata inflitta dal Tribunale Militare. Il punto oscuro di tutto sono i nostri rapporti con gli staliniani. Per questi signori noi siamo naturalmente delle “vipere lubriche” ed altre cose immonde. In conseguenza i nostri rapporti con loro si riducono ad un'assoluta mancanza di rapporti. Essi ci ignorano e noi li ignoriamo. Personalmente ciò non mi disturba affatto, ma vedo che il loro odio contro di noi è senza limiti. Tanto peggio...”.