Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (5)

Pubblicato il da trotskismo.over-blog.it

 

L'ultimo dibattito

 

Un altro punto separava poi Blasco e i suoi amici dalla segreteria togliattiana.

Siamo all'opposizione anche sul problema particolarmente importante della natura del Partito della classe operaia, del Partito Comunista. Tale divergenza è sorta apparentemente in una circostanza occasionale, in realtà esisteva anche prima che la discussione con Ercoli la chiarisse in forma precisa e definita. In una recente discussione a Mosca sulla natura del partito, Ercoli ha dato la seguente definizione : 'Il Partito è una cosa artificiale'. Tra tutte le definizioni quella di Ercoli brilla per il suo carattere avventurista, per la mancanza di ogni legame con la classe e con la situazione in cui la classe agisce e lotta... Ercoli ha rivelato ciò che sempre è stato : un piccolo borghese opportunista, impregnato di luoghi comuni filosofici, incapace di qualsiasi elaborazione personale dei problemi, desideroso di re-stare sempre a galla e capace di cambiare opinione sulla stessa questione ad ogni istante se s'accorge che il voltafaccia gli permette di rimanere dalla parte dcl manico... “

A questa visione strumentale del partito di cui accusava Togliatti, Blasco addossava la responsabilità dei tragici errori che si andavano commettendo:

Con la concezione che i dirigenti attuali si fanno del Partito si arriva necessariamente a falsare ogni cosa. Anche gli avvenimenti reali sono adattati e presentati in una luce interamente falsa. Il fatto che dei fascisti battano a sangue un operaio viene descritto come un conflitto armato di strada tra fascisti e operai. Le parole d'ordine del Partito invece d'essere lanciate in funzione della linea generale del movimento, tenendo conto dei rapporti di forza reali tra il proletariato, le masse lavoratrici e i loro nemici, sono costruzioni puramente astratte. La linea politica del Partito cambia ad ogni momento e diviene incomprensibile. In una parola: si distrugge il marxismo e si torna indietro di ottant'anni in pieno utopismo-controrivoluzionario.”

La passione di Blasco era ancora quella del '17 e del '21. Il mito del partito di Lenin rimaneva inalterato ai suoi occhi e gli dava la forza per l'opposizione :

Noi siamo persuasi, al contrario, che il Partito comunista è e deve essere l'avanguardia della classe operaia, la sua parte cosciente e combattiva, capace di risolvere tutti i problemi in funzione degli interessi di classe del proletariato e capace di condurlo alla lotta e alla vittoria. In fondo è proprio da queste due concezioni opposte sulla natura e funzione del Partito che derivano le differenze tra l'opposizione e la burocrazia della direzione ufficiale nel P.C.I.”. Naturalmente nella riunione di febbraio l'opposizione di Blasco a Togliatti fu certamente meno radicale. Fu comunque l'ultima volta in cui nel massimo organo deliberante del partito comunista d'Italia si svolse un ampio dibattito con la contrapposizione di due politiche precise e distinte.

 

L'espulsione col voto di Secchia

 

Un comune punto d'intesa non fu trovato e la votazione avrebbe dovuto dare un risultato nullo : Tresso, Ravazzoli e Leonetti da una parte; Togliatti, Longo e la Ravera dall'altra. Ma le “tesi di Ercoli”, proprio perché elaborate in funzione dei voleri di Mosca, dovevano necessariamente prevalere. Il voto di Secchia, benché consultivo, fu considerato valido e determinante malgrado le proteste di Blasco e dei suoi amici. Nel mese seguente il Comitato Centrale espelleva i tre dalla direzione e dal Comitato stesso e, in una nuova riunione, anche e definitivamente, dal partito.

La ferrea catena della necessità che qualche tempo prima Blasco rifiutava ancora di vedere, aveva funzionato fino in fondo. Non solo ogni forma di autonomia del comunismo italiano si rivelava impossibile, ma lo stesso dibattito diveniva colpa e tradimento. Lo “Stato Operaio”, nello stesso giugno, commentava la triplice espulsione:

Nel momento in cui la situazione italiana cambia, si sviluppa rapidamente, presenta delle prospettive rivoluzionarie; nel momento in cui le masse si destano, si agitano, entrano in lotta; nel momento in cui il partito deve.., entrare in campo... per spingere avanti la lotta, per organizzarla... dirigerla verso la vittoria, in questo momento si scatenano gli opportunisti. Da una settimana all'altra, da un giorno all'altro.. nel Centro del partito non si discute più, non si lavora più... non si può più lavorare... La frazione dei disgregatori entra in azione... L'attacco degli opportunisti mirava a colpire il nostro partito al cuore... Di qui la reazione che ci ha dimostrato come il nostro partito sia sano e forte” (12).

Più tardi, nel 1943, ancora “Lo Stato Operaio” in occasione del cinquantesimo compleanno di Palmiro Togliatti, elogiava il leader per aver lottato “contro le manifestazioni di demoralizzazione, di capitolazione, di viltà, le quali apparivano particolarmente acute verso il 1929-30 e si nascosero sotto la teoria coniata da un gruppo di traditori, alla cui testa erano Secondino Tranquilli (Ignazio Silone), Alfonso Leonetti (Feroci), Pietro Tresso (Blasco)... Questo gruppo di capitolardi e di demoralizzati, di gente a doppia faccia, di vigliacchi fu combattuto da Ercoli senza pietà, fu sgominato e distrutto nelle file del nostro partito e dimostrò la sua vera natura andando ad ingrossare le file del trotzkismo controrivoluzionario”. Allora Blasco e Barbara abitavano un modesto appartamentino ammobiliato sul Boulevard Port-Royal. Immediatamente dopo l'espulsione ricevettero la visita di Secchia (13).

Veniva per conto del partito a prelevare documenti, materiali, fondi, tutto. A Blasco rimase solamente una piccola macchina da scrivere. Non aveva più né l'aiuto dei compagni, né lavoro, né un soldo.

Non aveva più neppure un nome perché era vissuto fino ad allora con i documenti falsi che il partito gli procurava.

 

Lotta sui due fronti

 

Ieri siamo stati alle manifestazioni del Partito e della SFIO. A Vincennes vi erano, al massimo, 15 mila persone. Alla dimostrazione della SFIO circa settemila (mi accorgo di esagerare a favore del Partito!). I compagni della Lega (14) non c'erano tutti e non erano insieme. Di italiani, all'infuori di me e della mia compagna, nemmeno l'ombra. In compenso vi era un buon numero di compagni del Partito. Anche noi ci siamo mescolati alla dimostrazione. I nostri compagni hanno inalberato i nostri giornali e si sono fatti sentire. Noi abbiamo perduto un'ottima occasione per lanciare la parola d'ordine della partecipazione al comizio della SFIO. I compagni di base l'hanno capita lo stesso e ci sono andati. La polizia li ha caricati. Inoltre i nostri compagni e molti socialisti sono stati malmenati da un centinaio di camelots du Roi che hanno attaccato a colpi di matraque quelli che erano rimasti indietro. Dopo un primo sbandamento i compagni si sono raggruppati e sono passati al contrattacco. E' intervenuta la polizia che ha bloccato la strada picchiando forte i socialisti che portavano il distintivo sulla giacca” (15).

La lunga lettera di Blasco, di cui abbiamo tradotto il brano finale, è datata da Parigi il 12 novembre 1932 ed è diretta in Turchia al “caro Frank” che era allora segretario di Trotzky e coordinava tutto il movimento dell'opposizione comunista antistaliniana.

Blasco, nonostante l'espulsione dal partito, non aveva abbandonato la lotta. E neppure, come risulta, lo spirito attivistico e la fermezza. Il partito comunista con il quale era dovuto entrare, fin dall'estate del '30, in una polemica spietata e soprattutto impari, era ancora per lui il “Partito” a favore del quale era portato ad esagerare persino i successi di pubblico nei comizi.

Di fatto, come accade a tutti gli eretici, Blasco aveva sopportato il dolore della rottura con un'illusione di ortodossia. Le sue frecce più acute erano rivolte ai dirigenti ufficiali del movimento, accusati, da Stalin a Togliatti, di opportunismo e di burocraticismo. Per questo gli era stato facile, nonostante il suo passato gramsciano, di stringere legami con i gruppetti trotzkisti e soprattutto sentire un'attrazione profonda, politica e morale insieme, per il leggendario “Vecchio” (Trotzky) che aveva ormai fatto delle sue tappe d'esilio la capitale inafferrabile della Rivoluzione mondiale.

Preferiva tuttavia richiamarsi ancora al mito degli anni venti ed era alla dottrina di Lenin che rimaneva fedele con tutta la forza del suo carattere.

Certo le condizioni della lotta politica e la varietà degli influssi culturali nella Terza Repubblica, tra le due guerre, differivano profondamente dall'ambiente italiano. La vivacità e insieme i limiti di settarismo in cui viveva l'estrema sinistra parigina risultano sufficientemente dal

brano di lettera a Frank. Blasco era comunque destinato a sentirne gli stimoli più vivi sulla via di un approfondimento che lo doveva portare lontano dal settarismo ad una consapevolezza critica, ferma e dolorosa insieme.

Per allora lo spiritò attivistico gli aveva permesso di superare i pericoli dell'isolamento e le difficoltà materiali. Espulso due volte dalla Francia e privo dei documenti falsi che il partito gli aveva procurato fino allora, era stato costretto a riprendere l'antico lavoro di sarto con l'aiuto di un compagno italiano, certo Zanchini. Con Barbara aveva dovuto cambiare alloggio riducendosi in un'unica stanza in un quartiere malfamato tra algerini e prostitute.

Anche Barbara aveva dovuto affrontare problemi ignoti alla maggior parte delle donne. Anch'essa era “rivoluzionaria di professione” e il partito le offriva un incarico piuttosto importante a Mosca purché avesse abbandonato l'eretico. Blasco non sempre l'aveva messa al corrente dei suoi pensieri e le sue decisioni pertanto riguardavano lui solo. Le si insinuava il dubbio che la sua fedeltà fosse di tipo sentimentale, eredità dell'educazione borghese, indegna di una donna nuova e rivoluzionaria che è pari all'uomo e conserva intatta la propria libertà di giudizio.

Nel partito — le aveva ricordato in quei giorni un compagno destinato a rapida carriera nelle file comuniste — sei tutto. Fuori del partito non sei niente!” E il dilemma semplicistico, nella sua tronfia formulazione retorica, aveva, in quella situazione e alla luce delle prospettive future, una sua elementare concretezza.

Barbara s'era convinta da sola della validità della decisione di Blasco e l'aveva seguito.

Subito era cominciata la dolorosa polemica con i compagni di ieri. Gli scritti di Blasco di quegli anni contribuiscono tuttavia a darci un quadro delle difficili condizioni in cui viveva in Francia l'emigrazione italiana di estrema sinistra:

Dopo tre anni d'esperienza — scriveva in un articolo non firmato il 2 marzo 1933 su “La Verité” — “crediamo necessario fare un bilancio e vedere i risultati 'concreti' ottenuti. In primo luogo bisogna affermare che per la realizzazione della 'svolta' si sono chiamati ai posti responsabili di lavoro tra l'emigrazione, una serie di elementi 'sospetti', la maggior parte dei quali non ha niente in comune con la classe operaia (istitutori che non fanno il loro mestiere, declassati, autentici piccolo-borghesi, etc.) che per ottenere la fiducia dei loro 'colleghi' di classe o di clan che dirigono il PCI si sono imposti come primo compito la lotta contro il 'trotzkismo' e contro i 'trotzkisti'.”

Già allora la lotta interna contro i dissidenti, nelle file di un'emigrazione, che era formata in maggioranza da operai privi di mezzi e di possibilità, si faceva sentire in tutta la sua pesantezza:

 

La tecnica dei “comitati”

 

I gruppi di lingua italiana nel PCF (16) hanno perduto, in questi tre anni, il 50 per cento dei loro effettivi. L'attività politica è ridotta a zero, i legami organici con il PCF, vale a dire con il proletariato francese, non hanno ormai che un carattere amministrativo. La partecipazione dei compagni italiani all'elaborazione e all'applicazione della politica del PCF è nulla. Mai, da quando l'emigrazione politica italiana ha cominciato ad affluire in Francia, avevamo visto un tale stato d'inerzia e d'impotenza da parte dei comunisti italiani organizzati. Il solo compito affidato a questi compagni consiste nell'adozione del credo staliniano degli ordini del giorno contro i compagni dell'opposizione di sinistra, in mancanza di che vengono espulsi dal partito e denunciati come controrivoluzionari.”

Ma non si trattava solamente di ordini del giorno. Le accuse di Blasco si facevano precise e circostanziate. Per aiutare un'emigrazione popolare e generalmente povera, era sorta da tempo l'organizzazione del Soccorso Rosso Internazionale (SRI). Anch'essa era caduta nelle mani degli stalinisti:

Il SRI anziché essere il sostegno di tutte le vittime della reazione capitalistica, tende a chiudersi in un circolo chiuso di burocrati centristi e di coloro che — in forma ancora più ristretta — sono disposti ad accettare senza discutere le formule staliniane. A sostegno di quanto diciamo potremmo portare decine e centinaia di casi di operai rivoluzionari italiani vittime del fascismo che, per quanto aderenti al PCI, sono stati abbandonati alla loro sorte e si sono visti rifiutare ogni aiuto per la sola ragione che non erano persona grata alle 'nuove energie' che dirigono i gruppi e la redazione, di 'Vie Prolétarienne '”.

Fin d'allora i comunisti italiani avevano preso l'abitudine di trasformare continuamente i comitati cambiandone sulla carta nomi e funzioni. Anche questo non sfuggiva a Blasco:

Il gruppo comunista di lingua italiana imita oggi i ' Fratellini ' e si trasforma, secondo gli ordini che vengono dall'alto, in comitato intersindacale, in sezione etnica, in gruppo di SRI e in comitato d'azione contro la guerra. »

Ma l'accusa più grossa, documentata da un elenco di nomi, riguardava l'infiltrazione poliziesca nelle file dell'emigrazione controllata dal PCI: “In questa situazione così grave non c'è da meravigliarsi se molti compagni siano portati a chiedersi dove finisce la direzione staliniana e dove comincia quella della Polizia e dell'OVRA.”

Il ritorno alla politica leninista, abbandonata e tradita da Stalin, era allora per Blasco l'obbiettivo fondamentale della sua lotta:

La sola via di salvezza è un cambiamento radicale della politica nefasta che ha trionfato in tutte le sezioni dell'Internazionale Comunista. Bisogna tornare alla politica leninista e ai metodi organizzativi che ne derivano. Bisogna cacciare dalle file comuniste tutti i piccolo-borghesi che cercano d'introdurre la loro ideologia tra l'avanguardia del proletariato.

 

L'OVRA nel partito: arresti, dissensi, espulsioni

 

Agli Ercoli, Garlandi, Sergio, Mari, Gallo, Jacopo, Pedro, Pippo-Pappa e agli altri professori rossi, dovete chiedere conto dello stato attuale della vostra organizzazione (17). Dovete dimostrargli che tre anni di svolta vi hanno condotto a un punto tale in cui è quasi impossibile distinguere, in un'organizzazione rivoluzionaria, il poliziotto o il provocatore dell'OVRA dal compagno.”

In effetti, in quegli anni, il partito comunista aveva bruciato tutte le sue possibilità di azione in Italia e si riduceva sempre più, come gli altri gruppi di fuorusciti, a restringere la propria attività tra l'emigrazione italiana in Francia. Con l'espulsione di Blasco, Santini e Feroci era anche terminata ogni possibilità di serio dibattito politico all'interno dello stesso gruppo gramsciano che aveva vinto a Lione. Il partito che Blasco aveva lasciato, con l'amarezza e i risentimenti degli innamorati respinti, era ormai altra cosa dall'organismo duro ed eroico degli anni venti. La “bolscevizzazione” lo aveva chiuso ai fermenti dell'intelligenza critica e i comunisti avevano cessato di essere la coscienza lucida ed inquieta di una società in crisi.

Le tappe della trasformazione le abbiamo viste. Possono riassumersi nelle date delle successive espulsioni. A sinistra, Fortichiari era stato espulso nel '28 e Bordiga nel '30. A destra, Graziadei nel '28 e Tasca nel '29. L'episodio dei “tre” aveva concluso il processo con lo strascico dell'espulsione di Ignazio Silone, avvenuta nel '31 perché, secondo la motivazione ufficiale, lo scrittore aveva mantenuto i contatti con Blasco (18).

Gli ultimi bagliori dello spirito eroico erano divampati in Italia nel disperato tentativo di mostrare coi fatti la validità di una tesi nata tra le scartoffie di un ufficio di Mosca. Ufficialmente il capitalismo italiano doveva essere considerato in crisi e con esso il regime. Le circolari del partito vedevano gli italiani sulle vie' dell'insurrezione e i comunisti alla loro testa. L'ironia della storia doveva rispondere con le coreografiche celebrazioni del decennale della “marcia su Roma” e col lusso che Mussolini si concesse di un'amnistia che liberò circa seicento detenuti politici.

Ma intanto molti compagni furono inviati allo sbaraglio. Subito dopo il voto di Parigi il “Centro interno” era stato ricostituito. Il posto di Blasco fu affidato a Luigi Frausin, un giuliano che doveva cadere più tardi, durante la Resistenza, fucilato dalle SS.

All'inizio dell'estate del 1930 un numeroso gruppo di funzionari comunisti era stato inviato in Italia. Tra gli altri Camilla Ravera si era fissata a Milano, Michele Radolorich a Torino, Vincenzo Moscatelli a Bologna, Natalia Colarich a Trieste e Giulio Chiarelli a Roma. Ma la polizia fascista era estremamente vigile. La Ravera veniva arrestata quasi subito e in Emilia, dopo una manifestazione tenuta a Modena 1'8 settembre, in occasione dei funerali di un comunista, lo stesso Moscatelli era preso e ne seguiva un'ondata di arresti in tutta l'Emilia : 25 a Parma, 114 in Romagna e 18 nel ferrarese.

Il partito intanto pensava ad un nuovo congresso che avrebbe dovuto sanzionare la direzione Togliatti e la nuova linea politica. Sul finire del '30 perciò fu mandato in Italia Pietro Secchia. Il giovane dirigente era riuscito a fare un discreto lavoro, ma anch'egli era stato arrestato mentre era in partenza per Parigi.

Il congresso del partito si era svolto così piuttosto squallidamente nell'aprile del 1931, prima in un rifugio presso Diisseldorf e poi a Colonia. Erano presenti una cinquantina di delegati tra funzionari di partito e compagni venuti dall'Italia. Era il quarto e doveva essere l'ultimo del periodo fascista.

Una discussione non era più nemmeno pensabile. Lo stile staliniano, fatto di unanimità, di conformismo, di ossequio ai dirigenti, vi dominò in pieno per la prima volta, anche se la durezza della situazione, il pensiero dei compagni imprigionati, la presenza invisibile del rischio quotidiano potevano dare ancora un' illusione romantica. Poi il lavoro in Italia era ricominciato sia pure con obbiettivi più modesti e con maggiore prudenza. Ma i risultati non potevano essere diversi. Battista Santhià, ex operaio della Fiat, rivoluzionario della vecchia guardia, venne designato a dirigere il Centro interno. Sulle prime si ebbe una ripresa di attività soprattutto a Milano e in Emilia. Nel Novarese e nel Vercellese, Teresa Noce riuscì a far giungere alle mondine in sciopero il foglio clandestino “La Risaia”. Ma nella stessa estate Santhià veniva arrestato a Milano con i suoi collaboratori e poco dopo Eugenio Reale seguiva la stessa sorte a Napoli. Il partito inviò allora in Italia Luigi Frausin che riuscì ad operare dall'autunno del '31 alla primavera del '32. Gli ultimi tentativi di Giancarlo Pajetta e Arturo Colombi si conclusero anch'essi con l'arresto.

I comunisti non avevano più un'organizzazione in Italia e il teatro della loro azione erano ormai la Francia e gli ambienti dell'emigrazione italiana.

Le previsioni di Blasco si erano dimostrate valide ma non per questo il partito era disposto ad alcun riconoscimento. Al contrario — come abbiamo visto — la lotta contro i dissidenti vecchi e nuovi sembrava diventare l'unica preoccupazione dell'apparato togliattiano.

La storia di Blasco non apparteneva più a quella più vasta del Partito Comunista d'Italia. Ma egli non rinunciava all'impegno dell'azione, all'inquietudine di chi vuole rendersi conto del senso degli eventi (19). 

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