Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (6)

Pubblicato il da trotskismo.over-blog.it

 

Il gruppo dei surrealisti. Le poesie di Aragon

 

Se era con Barbara, Blasco scantonava in fretta. “Ci sono quelli là. Non ti voltare!”

Quelli là passavano in gruppo ed erano molto diversi dai compagni italiani. Blasco si sentiva sconcertato come quando gli avevano proposto un ordine del giorno sui modi per combattere la frigidità delle donne.

In realtà nel gruppo parigino dei surrealisti doveva fare incontri stimolanti e annodare tenaci amicizie. Sul piano politico il gruppetto non aveva avuto esperienze omogenee. L'adesione al comunismo, i rapporti d'attrazione e repulsione che quasi tutti avevano avuto col mito rivoluzionario, costituivano tuttavia come un mobile punto d'incontro tra le esigenze di una cultura liberamente creativa e le masse operaie. “Siamo — avevano scritto nel 1925 — degli specialisti della Rivolta”. Nonostante tutti gli “automatismi”, il loro modo di essere rivoluzionari si rivelava, come suole accadere in Francia, tra i più lucidi e penetranti. Il fascino della rivolta morale tradotta in impegno d'azione, non era, per loro, una molla segreta.

Ma il Partito fu presto diverso da quello che sembrava. La costruzione di un potere burocratico chiedeva un momento di rottura e di rivolta, ma anche il sottile filisteismo mascherato da disciplina rivoluzionaria. I surrealisti se ne erano accorti. “Cosa potrebbero aspettarsi dall'esperienza surrealista quelli che hanno qualche cura del posto che occuperanno nel mondo?... il surrealismo non ha temuto di farsi un dogma della rivolta assoluta, della totale insubordinazione, del sabotaggio in piena regola... “ Così Breton, fondatore del movimento, quando, dopo una riunione piuttosto tempestosa al Bar du Chateau, al 53 di Rue du Chciteau, 1'11 marzo del '29, il gruppo sembrava entrare in crisi proprio sul tema dei rapporti con la politica militante.

Poi Aragon aveva partecipato al Congresso degli scrittori a Kharkov e ne era tornato stalinista. La sua poesia diventava di propaganda senza staccarsi dall'antico mito:

...in Piace de la République

l'onda nera si formava come un pugno che si chiude

i negozi si portavano le saracinesche davanti agli occhi

per non vedere passare il lampo.

Ricordo il primo maggio...

Ma Blasco aveva stretto rapporti con Pierre Naville. Il vecchio condirettore de “La Revolution surréaliste” aveva già risolto il suo problema tra il '25 e il '26, abbandonando la pittura e scegliendo l'impegno politico. Si era impadronito del materialismo dialettico e coltivava studi psicologici. In breve era divenuto uno degli uomini più qualificati dell'estrema sinistra parigina.

Con lui e i suoi amici che militavano tutti nell'opposizione comunista, Blasco si trovava a proprio agio. I suoi rigori di militante operaio si stemperavano nel clima più spregiudicato della capitale francese. Anche la psicanalisi, che il partito comunista ufficiale condannava come borghese, ma che la sinistra trotzkista aveva accettato, fu la grande scoperta di Blasco.

Anche fuori del PC le giornate erano dense. Erano riusciti a lasciare il loro primo squallido alloggio di “espulsi dal partito” e si erano successivamente sistemati in Rue de l'Esperance, alla Porte d'Italie e in Rue Pierre Bayle, nel ventesimo arrondissement. Lì veniva talvolta Jova, il figlio di Trotzky, a discutere direttive e a portare notizie del “Vecchio”. Le rare domeniche in cui non vi erano riunioni politiche erano dedicate ai musei e alle mostre.


 

Corporazione di diffamatori”

 

Ma l'atmosfera non era distesa. Gli esigui gruppi dell'emigrazione antifascista stentavano a stabilire rapporti normali e cordiali. L'azione propriamente politica rimaneva difficile e, spesso, degradava in intrighi e pettegolezzi. Già prima della crisi di Blasco i comunisti conducevano una forsennata campagna antisocialista. I loro metodi, fatti di calunnie e di denigrazioni sistematiche, non risparmiavano nessuno e invelenivano i rapporti. Lo stesso Pietro Nenni era stato bersaglio di pesanti accuse, mai provate, che l'avevano costretto, sul finire del '27, a chiudere una lettera a “Stato Operaio” in modo inequivocabile: “Con la più alta considerazione per la vostra apprezzatissima corporazione di diffamatori, vi auguro di star sani e mi firmo...”.

Anche Blasco era, in quegli anni, ideologicamente avverso alla socialdemocrazia, ma rifuggiva dalle insinuazioni e dai pettegolezzi.

L'attenzione di tutti si fissava intanto sui grandi avvenimenti mondiali ai quali non si poteva partecipare se non emotivamente e di riflesso. Dopo la tragedia cinese, sulle ripercussioni della quale si erano infrante le speranze dell'opposizione comunista internazionale, giorni decisivi pendevano sulla vicina Germania.

Anche là il partito era in salde mani staliniste. Il leader, Ernst Thalmann, applicava docilmente la politica del Comintern lanciando la parola d'ordine di una impossibile “rivoluzione popolare” mentre il nazismo gonfiava paurosamente i propri suffragi. L'unità sindacale fu rotta dai comunisti che, nell'agosto del '31, in Prussia, giunsero sino a mescolare i loro voti con quelli delle “camicie brune” in un referendum richiesto dai nazisti contro il governo socialdemocratico.

Ancora una volta i comunisti italiani in Francia approvarono tale politica. “Stato Operaio” scriveva: “Chi accusa i comunisti di essere gli alleati dei fascisti? Sono i ministri di polizia di Prussia, fucilatori di operai, ed il signor Pietro Nenni, fascista della prima ora”.

Il nemico principale rimaneva la socialdemocrazia cd era contro di essa che lottavano soprattutto i comunisti occidentali. Aragon, a Parigi, ne esprimeva lo stato d'animo di odio freddo ed astratto nella stessa poesia che abbiamo ricordato:

Fuoco su Léon Blum

Fuoco sugli orsi sapienti della socialdemocrazia!

Era stato denunciato e i suoi compagni surrealisti Io avevano difeso. Ma di lì cominciava una frattura destinata a ripetersi infinite volte nelle coscienze individuali, tra la cultura moderna e il comunismo ufficiale.

Nella patria del mito, Stalin aveva rafforzato il potere con la polizia segreta e le repressioni. La formula del “socialismo in un solo paese” svuotava di ogni funzione l'organizzazione internazionale, guidata dal fedelissimo ucraino Manuilski. Stalin aveva già ripiegato, fin d'allora, sugli strumenti classici della diplomazia tradizionale. I partiti comunisti dovevano assecondarne le mosse e coprirne le ritirate. Solo dal suo esilio in Turchia, il “Vecchio” cercava di galvanizzare un'azione proletaria autonoma e rivoluzionaria.

Nel dicembre del 1931, mentre le S.A. di Hitler martellavano le organizzazioni operaie, Trotzky dichiarava che: “La chiave della situazione internazionale è in Germania”. Era il titolo di un lungo articolo contenente un'analisi della situazione, acuta e suggestiva. Era anche un grido di allarme per l'Unione Sovietica in quanto sottolineava il pericolo di guerra insito nella costituzione di un grande stato fascista ad oriente del Reno. “In caso di vittoria — terminava — Hitler diventerà il super Wrangel”.

L'articolo fu pubblicato a Parigi dai gruppi d'opposizione ai quali anche Blasco apparteneva. Ma ormai il vecchio compagno di Lenin non era che un profeta disarmato. I suoi interventi non servivano che ad aumentare l'odio freddo che circondava da ogni parte i suoi esigui fedeli.

Mentre Thalmann continuava a mostrarsi ottimista e appena nell'autunno del '32, “Rote Fahne” portava scritto che “Ovunque le S.A. abbandonano i ranghi hitleriani e accorrono sotto le insegne comuniste”, Hitler conquistava il potere. Divenuto Cancelliere del Reich il 30 gennaio egli indisse, come noto, le elezioni generali per il 5 marzo non senza aver trasformato in agenti ausiliari i 50 mila squadristi delle S.A. e delle S.S. La consegna ufficiale dei comunisti venne, questa volta, da Wilhelm Pieck: “Gli operai devono saper essere prudenti per non offrire pretesti al governo...”.

Intanto gli operai di Altona, socialisti e comunisti di base, i lavoratori dei docks alle foci dell'Elba, prendevano le armi in un disperato tentativo di resistenza. Le S.A. marciavano sui sobborghi rossi, fucilando agli angoli delle strade i combattenti proletari. Per tutti quei mesi decisivi la posizione del Comintern può essere riassunta in questa previsione ricordata più tardi da Trotzky: “I fascisti trionfano per un'ora. La loro vittoria non è duratura e a essa seguirà rapidamente la rivoluzione proletaria...”.

Toccò invece alla vecchia Internazionale di Kautski e di Turati lanciare, il 19 febbraio, un drammatico appello per “la lotta contro il fascismo e contro la guerra, per la conquista del potere politico da parte del proletariato, per il socialismo”. I socialdemocratici erano disposti, su queste basi, a trattare con la Terza Internazionale. Ma per la Germania era troppo tardi. L'incendio del Reichstag, nella notte del 27 febbraio, mise in moto i congegni ben preparati della repressione. Lo stesso Thalmann finiva nelle carceri naziste per non riacquistare mai più la libertà.

Dalla Russia, agli amici parigini giungevano i messaggi inquietanti di Victor Serge, il generoso rivoluzionario dell'”opposizione di sinistra” : “Giungo qualche volta a chiedermi se non dobbiamo finire assassinati, così o altrimenti, giacche ci sono molti modi di arrivarci...”.

Erano parole da pubblicarsi solo nel caso in cui il loro autore fosse scomparso. Erano anche una sgomenta testimonianza: “E' la menzogna che si respira come l'aria!”. Per Blasco erano gli anni amari delle verifiche inutili. Gli avvenimenti continuavano a dargli puntualmente ragione, ma la sfera della sua attività andava sempre più restringendosi. Già nel settembre 1930 “L'Internationale Communiste” aveva pubblicato a firma del segretario del Comintern, Manuilski, una serrata critica alla direzione Togliatti che andava oltre le stesse posizioni di Blasco e dei suoi amici:

Il PCI non esiste come fattore politico... Si può affermare che il partito è una cosa e il movimento operaio un'altra... Il movimento si sviluppa al di fuori del nostro partito. Ho letto sulla stampa italiana dichiarazioni relativamente ottimistiche: dimostrazioni di strada, scioperi, etc.... Tutto ciò è esatto ma non bisogna esagerare questi progressi... La prima domanda che ci si pone riguarda il ruolo occupato dal partito comunista in queste manifestazioni spontanee. Dove sono le organizzazioni del partito di cui ci ha parlato Ercoli, dove sono i legami che avete stabilito con le fabbriche? E' certo che all'occorrenza il PCI si trova al di fuori del movimento. Esistono dei circoli chiusi di amici, composti visibilmente di vecchi compagni... Per il momento non abbiamo organizzazione in Italia. Abbiamo piuttosto delle società di propagandisti. Direi che tutta l'organizzazione del partito, dal vertice alla base, riveste carattere di cenacolo”.

Tutta la linea politica sostenuta da Togliatti era stata investita dal segretario dell'Internazionale:

Le vostre organizzazioni non hanno dato segno di vita, ma ciò non gli ha impedito di porre la questione dello sciopero generale o dello sciopero politico di massa... Il vostro principale difetto è di porre questo problema in modo troppo astratto. Avete perso di vista la strada che conduce allo sciopero generale politico attraverso le rivendicazioni parziali degli operai... Bisogna riparare al più presto a ciò che avete dimenticato... Chi sa effettivamente attirare le masse alla lotta, chi sa mobilitarle, chi sa partecipare al movimento legandolo alla parola d'ordine della caduta della dittatura fascista, spiegando alle masse le ragioni per cui attraverso le battaglie parziali si può giungere, a quelle decisive per il rovesciamento della dittatura, è un rivoluzionario. Ma chi se ne resta tranquillamente a tavolino a scrivere delle risoluzioni, non è un rivoluzionario ma un chiacchierone”.

 

Il “chiacchierone”

 

Era quanto Blasco e i suoi amici avevano sostenuto ottenendone l'espulsione dal partito. Inutilmente essi avevano sottolineato tutto questo nei numeri del 26 settembre e del 3 ottobre de “La Vérité”, aggiungendo che il “chiacchierone” Ercoli non aveva, in effetti, che seguito, in tutte le sue svolte, le direttive dell'Internazionale. La conferma dei fatti non valeva a riabilitare gli sconfitti. Il “centralismo democratico”, escludeva, nel movimento comunista, una qualunque possibilità di alternativa di potere. Avere avuto ragione poteva diventare, al contrario, colpa non lieve.

Così il gruppo Togliatti era rimasto alla guida del partito e così, dopo la catastrofe tedesca, l'Internazionale si preparava ad una nuova svolta senza riconoscere gli errori del passato. Il pericolo fascista, presente anche in Francia, chiedeva un effettivo riavvicinamento ai socialisti e una politica di “fronte unico” imposta dalle cose.

Sotto la pressione delle “Croci di Fuoco” del colonnello de La Rocque e degli altri raggruppamenti dell'estrema destra francese che chiedevano apertamente un governo al di fuori e al di sopra del Parlamento Facendo il nome del maresciallo Pétain, la banlieue operaia parigina si apprestava al contrattacco.

In un primo tempo i comunisti rimasero indecisi. Ancora nelle dimostrazioni convulse del 6 e 7 febbraio 1934 si ripeterono slogan contro la socialdemocrazia “complice del fascismo”. Ma ormai l'Internazionale era pronta alla svolta e la manifestazione comune di socialisti e comunisti del 12 febbraio toglieva l'iniziativa alle organizzazioni fasciste.

Sotto la spinta dei gruppi dissidenti, compresi i trotzkisti, Maurice Thorez, che proprio in quell'anno diventerà segretario generale del partito francese, inaugurava una politica di accordi al vertice con i socialisti. Anche per il partito comunista italiano si avvicinava l'epoca dei “patti d'unità d'azione”. Blasco non ignorava l'importanza e le possibilità della socialdemocrazia e non osteggiava tale politica. L'impostazione leninista dominava la sua visione ideologica, ma non lo portava più a dibattersi su posizioni contraddittorie come ad esempio la seguente: “Io gli ho posto chiaramente il problema: Dobbiamo specificare: siamo per il diritto di riunione, d'organizzazione e di stampa; ma per chi? Per le masse lavoratrici, ho affermato. No, mi hanno risposto, noi siamo per la libertà per tutti. Anche per Turati? ho chiesto. Sì anche per Turati. Ebbene io non sono per la libertà per Turati: ma per la libertà delle masse lavoratrici. Se le masse stesse decideranno, in un secondo tempo, di dare la libertà a Turati, che gliela diano”.

Erano parole vecchie di un suo intervento di anni prima, verbalizzato senza data. Ora il suo giudizio si era fatto più duttile e l'avversione ai piccoli intrighi, inevitabili nei ristretti gruppi d'esilio, gli avevano fatto abbandonare l'organizzazione italiana. Dal 1932, con una dichiarazione-intervista, pubblicata dal “Nuovo Avanti!”, entrò con Santini (Ravazzoli) nel PSI (20).

Per lui e per Barbara era chiaro il senso della lotta, unica ormai, contro il fascismo e lo stalinismo. 

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