Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (7)

Pubblicato il da trotskismo.over-blog.it

 

 

La guerra di Spagna: Nenni ricorda Berneri

 

Sì Blasco, ho paura”. Barbara era sulla scala ripida che conduceva al quarto piano di un immobile a ridosso del Père Lachaise. Blasco aveva scherzato trattenendola mentre saliva. “Un morto che ti tira un piede” e lei aveva avuto un sussulto. Poi si erano fatti seri. “Non devi aver paura dei morti, ma solo dei vivi”.

Da poco abitavano quel piccolo alloggio pieno di decoro borghese. Dalle finestre vedevano lo scioglimento dei funerali e, talvolta, i preti che, finita la cerimonia e credendosi inosservati, si sollevavano le sottane e saltavano a piedi pari le tombe per raggiungere più presto l'uscita.

Gli avvenimenti politici precipitavano. Molti italiani emigrati combattevano in Spagna in difesa della repubblica, ma anche lo stalinismo mieteva le sue vittime. Pietro Nenni, inaugurando a Parigi, nell'estate del '37, il Congresso del partito socialista in esilio, aveva detto : “Se l'anarchico Berneri fosse caduto su una barricata di Barcellona, combattendo contro il governo popolare, noi non avremmo niente da dire e nella severità del suo destino ritroveremmo la severa legge della rivoluzione. Ma Berneri è stato assassinato e noi dobbiamo dirlo... “. L'anarchico italiano Camillo Berneri, antifascista molto noto negli ambienti dell'emigrazione, non era stato la sola vittima. Parlando della situazione spagnola, la “Pravda” aveva scritto, il 17 dicembre 1936, che “l'epurazione degli elementi trotzkisti e anarco-sindacalisti è iniziata in Spagna e verrà condotta a termine con la stessa energia con la quale è stata condotta a termine nell'URSS”.

Non erano state parole vane. Nel maggio del 1937 i dissidi tra gli staliniani e gli oppositori di sinistra, che in Spagna avevano trovato espressione nel combattivo Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM), erano esplosi nelle tragiche giornate di Barcellona. I comunisti erano riusciti a fare dichiarare il POUM fuori legge e squadre della Ghepeù procedevano allo sterminio dei suoi militanti. A Parigi ci si attendeva da tempo qualcosa di simile, ma nessuno era riuscito a scongiurare la tragedia. Victor Serge che, grazie alla sua popolarità in Occidente, era riuscito a sfuggire ai campi di deportazione sovietici, aveva ricevuto fin dal marzo le con-fidenze di una giovane donna: “Un comunista influente, giunto dalla Spagna, è venuto a vedere mio marito. L'ho sentito dire che si prepara a Barcellona la liquidazione di alcune migliaia dì anarchici e militanti del POUM e che tutto va benissimo...”.

Victor Serge non si era limitato a mettere in guardia gli uomini del POUM. Si era recato anche dai dirigenti dell'Internazionale socialista, Fritz Adler e Oscar Pollak. « Che volete che facciamo? I russi sono i padroni della situazione perché mandano armi in Spagna”.

Così era scomparso anche Andreas Nin, uno degli esponenti più qualificati del raggruppamento non staliniano. Avevano cominciato con le calunnie denunciandolo come “agente di Franco, Hitler e Mussolini”. Poi lo avevano rapito e rinchiuso in una villa isolata nei dintorni di Madrid, ad Alcalà de Henares, nei pressi di un aeroporto occupato dall'aviazione sovietica.

Un comitato formato da Madeleine Paz, Félicien Challaye e Georges Pioch sì era recato alla Legazione di Spagna a Parigi. “Quanto a Nin — aveva risposto un segretario d'Ambasciata — niente, niente, non so niente, non posso dire niente...” Andreas Nin era stato torturato e assassinato, dopo una simulazione di rapimento.

La memoria di tutti i caduti veniva sistematica-mente infangata con calunnie che stringevano un cer-chio di odio intorno ai pochi superstiti.

 

L'appello ai fascisti (*)

 

Blasco non si era recato in Spagna. La sua attenzione era stata rivolta, in quegli anni, agli avvenimenti italiani e alle occasioni perdute dal partito comunista. E, in effetti, durante la guerra d'Africa, la politica del PCI non aveva dato prova di eccessiva coerenza. Alla fine della vittoria fascista, il Comitato Centrale aveva approvato un appello, redatto da Togliatti, che chiedeva il superamento della divisione tra fascisti e antifascisti: “Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro. Soffriamo le stesse pene. Abbiamo la stessa ambizione: quella di fare l'Italia forte, libera, felice. Ogni sindacato, ogni dopolavoro, ogni associazione diventi il centro della nostra unità ritrovata e operante...”.

L'unità dopolavoristica avrebbe dovuto avere come programma quello fascista del 1919 e l'appello si rivolgeva esplicitamente ai seguaci di Mussolini. “Lavoratore fascista, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l'Italia del lavoro e della pace, ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli dcl popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici... E' l'ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto! Ti diamo la mano perché assieme a te vogliamo fare forte, libera e felice la nostra bella Italia”.

Le ripercussioni dell'appello in campo socialista furono piuttosto aspre e misero, per un momento, in forse una collaborazione che durava ormai da due anni. Blasco prese lo spunto più tardi da questi avvenimenti per un suo saggio apparso su la “Quatrième Internationale” nell'agosto del 1938 col titolo di “Stalinismo e fascismo”. In esso, con molto coraggio, smaschera-va il mito dell'antifascismo esclusivo dei comunisti ufficiali.

Lo stalinismo si presenta da sé in tutto il mondo come la sola forza che lotta in modo deciso e conseguente contro il fascismo. Chi non è disposto a riconoscergli questo titolo, chi non si sottomette alle sue dichiarazioni, chi ha l'audacia di strappargli la maschera e dì mostrarlo alle masse com'è, con la sua depravazione e la sua doppiezza ripugnanti, chiunque osi ciò cade inesorabilmente sotto i colpi del suo odio senza limiti, delle sue calunnie sfrontate; sotto la minaccia di essere mitragliato a un angolo di strada, o rapito e fatto sparire da una delle innumerevoli bande della Ghepeù. Ciononostante i fatti sono testardi; e si verifica sempre più che lo stalinismo con la sua “ideologia”, la sua politica, il suo gangsterismo su tutti i piani e in tutti i campi, con i suoi costumi, le sue provocazioni e i suoi assassinii, ben lontano dal costituire una barriera al fascismo ne facilita la presa sulle masse e diviene un ausiliario delle sue vittorie”.

Il saggio accennava alle responsabilità staliniane nel fallimento delle rivoluzioni cinese e tedesca e s'allargava a considerazioni di fondo sulle conseguenze e la natura della politica dell'Internazionale: “E' proprio per la politica seguita dagli staliniani in Cina e in Germania che il fascismo rappresenta oggi un pericolo mortale per tutti i paesi del mondo. Non meno chiaro è ormai il significato reale del Fronte Popolare perseguito dagli staliniani in Francia, in Spagna e in altri paesi. La lotta contro il fascismo non è stata e non è ancora che un pretesto. Lo scopo reale è un altro e consiste nel trovare nuovi alleati alla burocrazia sovietica. Importa poco se questi alleati sono dei “democratici” o dei reazionari o dei fascisti. In effetti la linea di demarcazione effettiva stabilita dagli staliniani tra “amici” e “nemici” non è affatto quella di fascisti e antifascisti. Tale demarcazione è basata ancor meno su criteri di classe. No, gli “amici” sono quelli che accettano — nel più largo senso della parola — la politica del governo di Mosca; i “nemici” sono quelli che non l'accettano. I primi sono cucinati come “amici della pace”, uomini “probi”, “onesti” e tutti i parapà, anche se sono reazionari o fascisti; i secondi sono dichiarati “banditi”, “spie” e “fascisti” anche se per tutta la loro vita — e talvolta con la loro morte — si sono mostrati come i nemici più implacabili del fascismo”.

Dopo qualche esempio di uomini politici di parte conservatrice elogiati in quegli anni dal comunismo internazionale, Blasco passava agli staliniani italiani. “Questa politica che d'antifascista non ha che il nome (e talvolta anche il nome, come dimostreremo, è abbandonato), ma il cui contenuto rende i più grandi servizi al fascismo, si mostra con uno spicco particolare nel settore riservato agli staliniani italiani”.

Era un giudizio severo ma, come si vede, non motivato esclusivamente sui risentimenti momentanei. L'articolo continuava dedicando molte pagine alla guerra d'Etiopia giudicata da Blasco un'occasione unica per le masse lavoratrici italiane di rovesciare la dittatura fascista.

Due condizioni erano necessarie per questo: dimostrare al popolo italiano, con un atteggiamento fermamente internazionalista, che la lotta contro la guerra d'Abissinia non aveva niente in comune col tentativo di coprire le rapine coloniali dell'imperialismo anglo-francese. E, contemporaneamente, sviluppare con tutti i mezzi la lotta di classe all'interno del paese. La realizzazione di questa seconda condizione era, con tutta evidenza, in funzione della realizzazione della prima. Ora, non solo gli staliniani italiani non hanno fatto niente in questo senso, ma tutto hanno messo in opera per impedire che tali condizioni si realizzassero”.

Secondo Blasco la preoccupazione dei comunisti sarebbe stata quella di non spaventare le borghesie italiana e anglo-francese, cercando, al contrario, di puntare sull'appoggio di queste per far cadere Mussolini, liquidare la guerra d'Africa, favorire un riavvicinamento tra l'Italia e le democrazie occidentali in funzione anti-tedesca. Ma tale politica avrebbe ripetuto l'errore dell'Aventino e non avrebbe, in effetti, che rinsaldato il fascismo. In questo quadro Blasco poneva le considerazioni apparse sulla stampa comunista ufficiale sugli “onesti interessi” dell'Italia nei Balcani.

Il nostro governo — vale a dire il governo il cui capo è Mussolini — scrivevano sulla loro stampa i burocrati staliniani, invece di far la guerra agli abissini e di cercare avventure nel Mediterraneo dovrebbe organizzare e difendere gli interessi giusti e onesti dell'Italia in Europa Centrale e nei Balcani. Facendo ciò lavorerà per la pace, per la Civiltà, per l'onore del nostro amato paese, l'Italia. Come si vede il piano che gli staliniani italiani offrivano — e offrono — all'imperialismo italiano è completo”.

Così, con molta chiarezza, Blasco spiegava l'appello ai lavoratori fascisti che abbiamo ricordato, come un ulteriore tentativo di portare l'Italia, tutta intera, con il suo regime, i suoi gruppi dirigenti e il suo governo, dal campo hitleriano a quello delle democrazie alleate all'Unione Sovietica.

Bisogna staccare l'Italia (fascista) dai suoi amori con Hitler e portarla a combattere per la “democrazia”. Per questo i “nostri fratelli in camicia nera” possono darci un grande appoggio. Il nemico non è più il fascismo ma l'hitlerismo. Basta dunque con l'antifascismo. Non vi sono più, in Italia, né fascisti né antifascisti come non vi erano più da molto tempo nei “documenti” staliniani né proletari né borghesi, né contadini poveri né contadini ricchi, né sfruttati né sfruttatori. In Italia non vi sono che italiani e anti-italiani. Ma questi ultimi sono ben altrove che tra i fascisti. Signori, si liquida. Si liquidano i “comitati proletari antifascisti”, la “demagogia antifascista”; si liquida la parola antifascista. I disgraziati militanti di base che non sanno ciò che avviene e continuano a dichiararsi antifascisti si fanno tirare le orecchie e, se non capiscono, sono denunciati come anti-italiani, agenti di Hitler, spie della Gestapo etc... “Tutti gli italiani sono fratelli” proclamano gli staliniani, salvo i “trotzkisti” che vogliono la lotta contro i “fratelli in camicia nera”, che fanno il gioco di Hitler di cui sono agenti”.

La stampa staliniana scopre tutti i giorni nuove meraviglie in Italia. L'Italia torna ad essere “il più bel giardino del mondo”. I sindacati fascisti non sono più le geenne all'interno delle quali il proletariato è legato e imbavagliato. Questa è una calunnia “trotzkista”. I sindacati fascisti sono i “sindacati dei lavoratori italiani”. Le istituzioni fasciste si trasformano per incanto in istituzioni del popolo italiano. Tra i figli della stessa patria...vi sono stati, disgraziatamente, dei malintesi, degli equivoci. Gli uni si sono chiamati “fascisti”, gli altri “antifascisti”. L'incomprensione è stata comune a tutti, certamente, ma soprattutto agli antifascisti che non hanno apprezzato come si doveva il grande amore per l'Italia dei “fratelli in camicia nera”. Se i “fratelli in camicia nera” hanno peccato è stato per troppo amore. Dunque bisogna scusarli. In ogni caso tutto questo non è che un triste ricordo del passato. Ormai festa generale, abbracciamento generale. Non più insegne antifasciste che sarebbero provocazioni contro i “nostri fratelli”. “I nostri fratelli” del resto capiranno che anche le loro insegne non avranno più senso. Tutti figli della stessa Patria, non avremo che una sola bandiera Tricolore. E, avanti, contro Hitler...”.

 

(*) Questo appello apparso su "Lo Stato Operaio ", n. 8, agosto 1936, è integralmente riportato nel libro: “Togliatti e Stalin”, di G. Seniga. Non sarà mai abbastanza ricordato che, mentre Gramsci ed i più devoti militanti comunisti ed antifascisti, languivano nelle galere fasciste, Togliatti a Mosca, mentre da una parte emetteva sentenze contro i veri rivoluzionari, dall'altra, con questo “Appello”, offriva la mano della fraterna collaborazione ai mussoliniani. (N. d. E.). 

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