Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (4)
Il no di Tasca alla svolta staliniana del 1929
Nell'aprile del 1929 in una riunione abbinata del Comitato centrale e della Commissione di controllo del partito bolscevico, il dittatore georgiano lanciava la parola d'ordine dell'annientamento dei kulak come classe. Era il segnale di una crociata bolscevica nelle campagne che avrebbe significato di lì a poco lo sterminio in massa di milioni di contadini nelle sconfinate pianure dell'Unione sovietica. Contemporaneamente in tutta l'Internazionale l'ala destra dei partiti comunisti veniva messa sotto accusa. Tra gli italiani Angelo Tasca, che era da poco entrato nella segreteria dell'Internazionale, disse il suo no. “Mi volevano persuadere — dirà più tardi — che se si condannavano a morte milioni di contadini russi era perché si trattava di costruire il socialismo”. Ma invano la sua voce cercò una legittimità nell'ambito del comunismo. Nel settembre di quello stesso anno fu espulso dal partito senza apparente contrasto (8).
La notizia di quell'espulsione raggiunse Blasco quando ormai non era più in Italia. Era invece convalescente di una grave malattia polmonare che l'aveva costretto a letto fin dall'inizio di quell'anno. Abitava con Barbara a Parigi in un modesto alloggio in Rue de Crirnée, in un quartiere operaio. Nonostante gli sforzi e i sacrifici, l'Italia era divenuta pericolosa per i dirigenti comunisti. Qualche funzionario arrestato non aveva resistito alle torture e aveva rivelato dei segreti organizzativi. Un avvicendamento si rendeva necessario.
Ancora nel marzo del '27 la situazione sembrava sostenibile. Il Comitato Centrale, da Basilea, ove si era riunito, ne prendeva atto ed esprimeva una legittima soddisfazione: “Il lavoro del partito ha dovuto svolgersi in modo completamente segreto. Nonostante ciò e nonostante che parecchie centinaia di militanti siano sta-ti tolti dal loro posto di combattimento, cacciati in prigione o inviati alla deportazione, l'attività degli organi centrali e delle formazioni di base è stata pienamente adeguata ai bisogni della situazione. Il collegamento è stato continuamente tenuto con tutte le organizzazioni della periferia, i legami con la massa dei lavoratori non si sono spezzati, l'attività di agitazione è anzi diventata più intensa di prima, in conformità con i nuovi bisogni della situazione. Una prova di ciò si ha nella grande diffusione acquistata dalla stampa del partito... ma questa diffusione rappresenta una somma di lavoro tale che ben dimostra la insopprimibile vitalità del nostro partito, la capacità di resistenza e la combattività che regnano nelle sue file”.
Sotto la grandine dei colpi fascisti
Ma subito dopo la pressione dello stato fascista, che aveva ormai a sua disposizione anche una nuova polizia politica, l'OVRA tristemente famosa, era divenuta intollerabile. Per l'organizzazione clandestina dei comunisti i colpi ricevuti tra la tarda primavera e l'autunno del 1927 erano stati decisivi. La prima raffica aveva colpito nel nord. A Milano, mentre il comitato della C.G.L., presieduto da Giovanni Farina, era riunito nella sua sede segreta di via Pastrengo, avevano fatto irruzione gli agenti fascisti arrestando tutti i presenti. Poco tempo dopo, tra il maggio e il giugno, Paolo Betti veniva arrestato a Pavia, Luigi Scarmignan a Brescia e, ancora a Milano, Giovanni Parodi, Arturo Vignocchi e Altiero Spinelli.
Erano tutti dirigenti dcl movimento con posizioni di responsabilità. Giovanni Parodi, che nel 1920 si era insediato al posto di Agnelli nella Fiat occupata, era divenuto il segretario della federazione milanese, sostituendo Terracini. La polizia, che da tempo lo braccava, era riuscita a sorprenderlo in una latteria, nei pressi di via Nino Bixio ove il partito aveva il suo quartier generale. Ma con essi erano stati arrestati anche numerosi militanti, preziosi in tempi di clandestinità e potenzialmente futuri dirigenti. 32 a Pavia insieme a Betti, 26 a Brescia con Scarmignan e numerosi altri un po' dovunque.
Immediatamente una seconda ondata aveva colpito nel nord e nel sud. Il 17 giugno il responsabile per l'Emilia e la Toscana, Aldo Penazzato, era stato arrestato a Bologna e sulla base dei documenti rinvenuti nei doppi fondi delle valige, la retata si era allargata portando all'arresto dei responsabili provinciali di Siena, di Perugia, di Livorno, di Pisa e di Arezzo. Nello stesso mese Renato Bitossi era catturato a Varese insieme a 17 militanti. Nell'Italia meridionale l'intera rete organizzativa veniva sconvolta con l'arresto del responsabile Vittorio Poccecai.
In breve tempo la polizia aveva distrutto quasi completamente l'ossatura clandestina del partito rendendone pressoché impossibile la ricostituzione. Nel luglio anche l'appartamento di via Nino Bixio era stato invaso dagli agenti che vi avevano arrestato, tra gli altri, la moglie di Bitossi e Agostino Novella.
Solo i massimi dirigenti erano riusciti a sfuggire alla cattura. Blasco, Ravazzoli, che si faceva chiamare Santini, Leonetti (Feroci), Silone e Camilla Ravera (Silvia) erano stati avvertiti in tempo. Il centro era stato stabilito a Recco. Poi anche Blasco era stato costretto ad emigrare. Era partito solo diretto in Svizzera. Barbara lo aveva seguito più tardi, dopo aver provveduto all'espatrio di alcuni collaboratori. Non aveva neppure osato passare da Milano procedendo per tramvie provinciali fino a Sondrio.
L'appuntamento era a Basilea, all'Hotel Storchen. Non l'aveva trovato ed era andata in giro per la città in cerca di Blasco e su un ponte sul Reno aveva incontrato un compagno italiano, responsabile del Soccorso Rosso Italiano e candidato al C.C., lo “Zio” (Guglielmo Jona). Poco lontano era Blasco, rigido e muto: neppure dello “Zio” ci si poteva fidare.
Poi erano stati a Zurigo e infine a Parigi. Là, all'Hotel tel dell'Université, Barbara aveva provato, per la prima volta dopo anni, una sensazione di sicurezza. Ma era stato per poco. Il lavoro era sempre duro e pericoloso. I giochi sottili con la coscienza, ora che si poteva camminare per la strada senza batticuore, cominciavano a dare il loro tormento. Poi in Rue de Crimée Blasco si era ammalato.
Era ancora convalescente quando gli avevano annunciato l'espulsione di Tasca.
Anche dalla nuova residenza di Parigi Barbara continuava a venire clandestinamente in Italia per compiervi missioni di partito. Il più importante di questi viaggi fu nella seconda quindicina del mese di aprile del 1929. Scese a Roma con una valigia a doppio fondo e si spinse fino a Napoli. Doveva incontrare alcuni giovaani intellettuali italiani che, di propria iniziativa, si erano venuti avvicinando alle posizioni ideologiche comuniste. Portava con sé documenti vari e un cliché dell'”Unità” del primo maggio da stampare clandestinamente.
Il gruppo che veniva a rinsanguare le file decimate dei militanti era particolarmente importante anche per il ruolo che alcuni dei suoi componenti avrebbero avuto nelle vicende ulteriori del partito. Barbara incontrò così il gruppo di Emilio Sereni e di Manlio Rossi Doria. Parlarono delle prospettive di lotta e della situazione italiana sotto la pesante oppressione fascista, poi stamparono “L'Unità”. Ad uno ad uno, i fogli, tirati a mano, si asciugavano su una corda tesa.
Poi Barbara prese la via del ritorno. Aveva compiuto un buon lavoro, ma il quadro generale non era certo incoraggiante. Dovunque la volontà di resistenza era stata fiaccata dai colpi dell'OVRA e dal massiccio apparato dello stato mussoliniano. Prive di contatti, le giovani generazioni rimanevano indifese di fronte alla propaganda fascista e il gruppo napoletano costituiva una generosa eccezione.
Per suo conto il partito comunista, fiero dei suoi sacrifici, non si adoperava per uscire dal suo sdegnoso isolamento. La lotta contro i socialisti era condotta con spietata durezza. “Strappare le masse alla socialdemocrazia — aveva scritto "Lo Stato Operaio" nell'ottobre 1928 — non è altra cosa che strappare le masse alle unghie insanguinate della borghesia.” Ma percorrendo l'Italia da un capo all'altro, Barbara non aveva potuto vedere che i tristi segni del trionfo mussoliniano e della scoraggiata indifferenza delle masse.
A Parigi, Blasco, che l'attendeva alla stazione, era, contrariamente al solito, in compagnia di Paolo Ravazzoli. I due uomini apparivano estremamente preoccupati e le chiesero subito le sue impressioni sulla situazione italiana.
L'espulsione di Tasca non era stata infatti l'unica conseguenza nel partito della svolta avvenuta a Mosca. Con la violenta polemica che aveva investito l'ala destra dcl movimento comunista internazionale, anche la linea politica dei singoli partiti doveva essere modificata. Per l'Italia ciò significava, non solo una decisa radicalizzazione nei confronti dei socialisti, ma anche un nuovo metodo di lotta con obbiettivi immediatamente insurrezionali e rivoluzionari. Per questo la segreteria cercava nei rapporti dei compagni che tornavano dall'Italia notizie che confermassero la possibilità del nuovo adeguamento alle posizioni russe.
Blasco aveva cominciato a nutrire dei dubbi. Le impressioni di Barbara, alla stazione di Parigi, non potevano che confermarli.
Le capriole di Togliatti: da bukhariniano a stalinista
Ma “l'assoluta fatalità” dei nessi, a cui Blasco affermava ancora di non credere, aveva continuato a funzionare a ritmo precipitoso. In Russia, nel maggio del '29, Rikov era stato costretto alle dimissioni da Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo. Poi, nel giugno, Tomski era stato allontanato dalla direzione dei sindacati e Bukharin, il 3 luglio, dalla Presidenza dell'Internazionale. Il Comintern aveva quindi aspramente criticato il partito comunista d'Italia e i compagni italiani avevano nel settembre a Liegi accettato tutte le critiche in una riunione del comitato centrale. Ma al di là dell'espulsione di Tasca e di una accentuata virulenza di linguaggio nei confronti dei socialisti, non pareva che si potesse andare (9).
Intanto nel novembre Bukharin era stato espulso dall'Ufficio politico e, pochi giorni dopo, insieme a Rikov e a Tomski, aveva capitolato inviando una lettera di autocritica al comitato centrale. Contemporaneamente "Lo Stato Operaio” mutava la propria valutazione sull'Italia giudicando ormai maturi “gli elementi di una nuova situazione rivoluzionaria immediata”. Togliatti aveva evidentemente deciso, di fronte al clima di tregenda che avevano assunto gli avvenimenti russi, di assecondare in tutto la nuova maggioranza staliniana.
Così un “fenicottero” compiacente riportava da un viaggio a Torino di aver visto in quella città manifestini rivoluzionari. Altri episodi particolari e fatti isolati venivano febbrilmente montati per presentare al partito e soprattutto a Mosca una realtà inesistente. A Faenza un operaio aveva ucciso due fascisti, a Torino un altro operaio aveva schiaffeggiato un caposquadra. Tutto ciò poteva essere indicato come prova dell'imminenza di uno scoppio rivoluzionario (10).
Blasco, per la prima volta, aveva forse sentito i suoi dubbi salire al livello della coscienza. Conosceva l'Italia e i sacrifici dei militanti impegnati in una lotta eroica e senza speranza immediata. Non si trattava più — ora — di russi che “litigavano tra loro” ma di tradire volutamente gli uomini ancora lasciati in balia di un nemico deciso e spietato.
In quell'incontro alla Gare de Lyon comunque ne lui nè Santini (Paolo Ravazzoli) avevano parlato. Ma anche Barbara capiva, ormai, che i giorni più difficili dovevano ancora venire e che il nemico più implacabile, come sempre, è quello che si annida dentro di noi.
Lottare col partito pareva impossibile. Ancora nel maggio precedente “Lo Stato Operaio” aveva seccamente commentato la confluenza nella socialdemocrazia di alcuni ex comunisti tedeschi: “Coloro che accusavano l'Internazionale di essere sulla via della liquidazione del comunismo si sono spontaneamente liquidati... Accanto al partito comunista non vi è posto per un nuovo partito. La via di chi si pone contro il partito è segnata. Essa conduce alla socialdemocrazia e alla controrivoluzione”.
Ma ora gli avvenimenti incalzavano. Nel gennaio 1930 il “Bollettino del partito comunista d'Italia” ordinava di passare “concretamente alla preparazione della lotta armata”. “Gli elementi rivelatori più evidenti di una situazione nuova che si viene creando in Italia — spiegava — sono le recenti manifestazioni di lotta, l'importanza delle quali è data dalla loro contemporaneità... in tutte le officine, nei centri contadini più importanti, la tensione delle masse si generalizza ed è pronta a scoppiare... nelle stesse organizzazioni fasciste si notano i primi segni di disgregazione aperta... Oggi la situazione richiede... un raddoppiamento di attività di massa e di officina.., che si passi concretamente alla preparazione della lotta armata. “ E, sempre a Parigi, un foglietto redatto in italiano riesumava la gloriosa testata de “L'Ordine Nuovo” con un titolo preciso : “Prepariamoci a fare come nel 1917”. Palmiro Togliatti, che non era mai rientrato dall'esilio, si preparava a lanciare la nuova parola d'ordine “tutti in Italia”.
Ma neppure il volere di Ercoli poteva mutare la realtà dei fatti. Giorgio Galli così descrive, nella sua storia del PCI, la situazione di quei giorni : “Ma queste pubblicazioni, redatte in Francia, non giungono nemmeno in Italia, perché la rete di diffusione del partito è ancora paralizzata. Lo stesso Bollettino afferma che 'il nostro ritardo organizzativo si è ancora accresciuto rispetto alla nuova situazione' e che 'noi non troviamo ancora gli elementi per costituire dei solidi comitati di settore'. Per colmare questa lacuna, il PCI deve buttare nella lotta che inizia, dato che è quella decisiva, tutte le sue riserve e Togliatti afferma che la nuova parola d'ordine dev'essere 'tutti in Italia ', che occorre cioè che tutti i quadri a disposizione vengano inviati nel Paese per coordinare le grandi lotte di massa che già iniziano, per guidare la rivolta armata che si prepara.”
E continua : “E' a questo punto che i dirigenti del Centro interno entrano in contrasto col leader del partito”.
Contro le tesi togliattiane
Blasco infatti aveva già preso la sua decisione. Con molta probabilità non s'illudeva sull'esito della lotta. Più semplicemente, insieme a Santini e a Feroci, aveva scelto di essere fedele fino in fondo ai compagni morti o imprigionati nelle galere fasciste.
Il dibattito aveva come sua sede naturale la direzione o, come allora si chiamava, l'Ufficio politico. La stampa del partito avrebbe dovuto illustrare le opposte tesi ai gruppi militanti in esilio e raggiungere quelli ancora in Italia.
Ma la « bolscevizzazione » aveva dato i suoi frutti. Dai tempi di Bordiga non vi erano stati contrasti degni di rilievo e l'opposizione di Tasca poteva essere considerata un caso del tutto personale. La segreteria utilizzò quindi senza riserve, nei confronti di Blasco e dei suoi amici, le lezioni che venivano dagli uffici di Mosca.
Racconta ancora Galli : “Per sostenere le sue posizioni, Togliatti capovolge tutte le sue tesi precedenti, e, applicando un altro criterio tipicamente staliniano, si serve delle pubblicazioni del partito, negate agli oppositori, per propagandare le proprie posizioni. Così nel febbraio, mentre il dibattito in seno all'Ufficio politico era in pieno sviluppo, l'editoriale di Lo Stato Operaio affermava che ' ...nessuno vorrà negare... che l'insofferenza crescente della situazione non può tradursi in altro che in un'azione diretta delle masse contro i loro oppressori '.
In ogni caso Blasco faceva parte dell'Ufficio politico e, pur senza poter propagandare le sue posizioni, si preparava a dare battaglia. Barbara lo osservava senza interrogarlo. Era sempre lo stesso uomo controllato e deciso. Solo una volta in una riunione di compagni in una casa modesta della banlieue si accorse che non toccava cibo. Mentre gli amici cantavano sottovoce “Guai chi tocca la Russia dei Soviet”, vide nei suoi occhi, non una lacrima, ma la fuggevole luce che talvolta la precede. La stessa luce che doveva rivedere più tardi negli occhi di lui quando, arrestati a Marsiglia, Barbara saliva faticosamente sul camion dei poliziotti di Vichy.
La riunione dell'Ufficio politico ebbe luogo nel febbraio, a Parigi. Erano assenti Ignazio Silone, ammalato in Svizzera, e Grieco che si trovava, in quel periodo, a Mosca. Il dibattito si svolse perciò tra Ercoli (Togliatti), Longo, Camilla Ravera, Secchia e “i tre”) Blasco, Santini, Feroci (Tresso, Ravazzoli, Leonetti).
Le forze erano pari perché Secchia, come rappresentante della Federazione giovanile, disponeva di voto solamente consultivo. Per di più quest'ultimo, come la Ravera, conosceva assai bene la situazione italiana per aver lavorato fianco a fianco con « i tre ». Ma l'ora del dubbio non era giunta per loro ed entrambi avevano deciso pertanto di accettare la posizione della segreteria.
Le argomentazioni di Blasco, che allora non furono diffuse nel partito, le possiamo ricavare da un lungo articolo che egli si decise a pubblicare nel luglio seguente nella “Lutte de Classes”, rivista teorica dell'Opposizione comunista, sotto il titolo “I problemi rivoluzionari d'Italia e le nostre divergenze”. Da quelle pagine possiamo avere un quadro abbastanza completo delle posizioni politiche e ideologiche cui era giunto Pietro Tresso in quei giorni così decisivi per la sua vita.
Nel momento in cui accettava la lotta con Ercoli e, conseguentemente, con tutto il mondo stalinista sovietico, egli era ancora legato al mito. Come tutti gli eretici, vantava la propria ortodossia, trovando in essa la giustificazione suprema : “La direzione dell'I.C. e le direzioni ufficiali delle sue differenti sezioni sono spinte oggi dalla burocrazia dominante a risolvere i problemi del Partito e della classe operaia in funzione delle formazioni instabili della maggioranza e della minoranza: il metodo parlamentare e il metodo burocratico la vincono sul metodo marxista-rivoluzionario”.
Ma per lui il metodo marxista-rivoluzionario significava soprattutto serietà d'impostazione e rigore scientifico. Lo si vede dall'esame, acuto e penetrante, che egli faceva della situazione italiana contrapponendolo a quello “avventurista e opportunista” presentato da Togliatti. “Chi legge all'estero la stampa illegale del nostro partito ricava l'impressione che in Italia siamo in pieno movimento rivoluzionario di massa. Ciò serve solo a far piacere a Piatnitski a Mosca. La realtà è che le masse operaie italiane non sono oggi che ai primi tentativi di uscire dalla passività. Sono malcontente, deridono il fascismo e ne dicono un gran male non appena è possibile. Ma dal sordo malcontento all'azione aperta di massa vi è un gran passo da superare”.
Blasco non negava la gravità della crisi italiana. Non pensava tuttavia, come sosteneva improvvisamente Togliatti, che il dilemma fosse tra fascismo e comunismo. La caduta del regime mussoliniano avrebbe potuto viceversa consentire l'instaurazione di una democrazia mantenendo intatto l'ordinamento capitalistico. Ciò per lui avrebbe significato una grave sconfitta per il movimento rivoluzionario, ma l'ipotesi doveva essere tenuta presente per non sottovalutare la funzione dei socialisti italiani e degli antifascisti della “Concentrazione” (11).
La direzione del partito aveva sino ad allora condotto la politica del “Fronte unico” con i socialdemocratici e ora dichiarava che essi erano destinati a confluire nel fascismo e in ogni caso “facevano ridere”. La socialdemocrazia era ancora, per Blasco, una forza sostanzialmente borghese, ma era in rotta aperta con il fascismo e, per questo, in grado d'influenzare larghi strati di lavoratori. La lotta contro di essa non poteva essere condotta ignorandola o deridendola.