Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (3)
L'attentato di Bologna
Ma bisognava anche poter comunicare all'esterno, far sentire a un opinione pubblica disorientata e intimidita che vi era ancora un'opposizione al fascismo disposta ad organizzarsi e a resistere.
Quando anche la Confederazione Generale del Lavoro cedette alle pressioni del regime, i comunisti erano pronti ad animare un nuovo organismo clandestino per guidare le battaglie sindacali.
Blasco stilò, una sera un manifestino e con l'aiuto di Barbara, riuscì a tirarne trenta o quaranta copie con il procedimento con cui si riproducono i menù dei ristoranti. Nella notte uscirono ad appiccicarli al muri con
la gomma arabica. Ad ogm angolo Barbara faceva da palo attenta al passo dei militi fascisti. Erano pochi e piccoli rettangolini dl carta che tuttavia testimoniarono, la mattina seguente, ai romani che il fronte sindacale
poteva ancora resistere.
Ma i rischi erano grandi e Roma non era sicura. Blasco cambiava spesso di abitazione. I convegni erano pericolosi e venivano fissati nei luoghi più impensati.
Talvolta Barbara passava interi pomeriggi inginocchiata nella penombra di una chiesa ad attendere un messaggio od un segno da un “fedele” che passava frettoloso.
Altre volte, quando c'era pericolo si fingevano serate allegre per stornare i sospetti della padrona di casa. Barbara acquistava allora paste e spumante e altre due o tre ragazze del partito salivano a passare con trepidazione e malinconia le lunghe ore.
Poi verso la fine dell'anno, la situazione era precitata. In seguito all'attentato di Bologna, la reazione aveva sferrato i suor colpi decisivi (4). “Un delinquente avete detto il segretario del partito fascista ha attentato alla vita di sua eccellenza il Capo del governo. L'assassino è stato linciato sul posto. Il primo gesto di giustizia è stato compiuto. Restano ora da colpire i complici e i mandanti”.
Il regime intendeva abolire definitivamente ogni residua parvenza di libertà democratica. Già nell'estate la polizia fascista aveva inflitto duri colpi all'organizzazione clandestina dei comunisti. Sorpreso alla stazione di Pisa l'incontro tra due corriere era stato facile arrestare numerosi dirigenti del partito tra cui Umberto Terracinl e Gianni Roveda. Ora il partito veniva dichiarato definitivamente fuori legge come tutte le altre organizzazioni di opposizione.
Neppure l'immunità parlamentare poteva più essere garanzia sufficiente. Veniva l'ora dl Antonio Gramsci che aveva respinto tutte le sollecitazioni a mettersi in salvo La sua riluttanza non era di ordine politico, ma psicologico, a causa della sua ben nota infermità.
Invano Barbara, con un altra compagna aveva atteso una sera lungo la solitaria via del Muro Torto, il fondatore dell' “Ordine Nuovo” ad un appuntamento che era stato predisposto per farlo fuggire.
Antonio Gramsci aveva deciso di rimanere in casa e fu arrestato la notte dell'8 novembre mentre la Camera deliberava la decadenza del mandato parlamentare di tutti i deputati che avevano partecipato alla secessione aventiniana.
L'arresto di Gramsci ebbe gravi conseguenze per la stona futura del movimento comunista italiano. Mentre i poliziotti dl Mussolini fissavano le loro manette ai polsi dell'intellettuale sardo Palmlro Togliatti noto
sotto lo pseudonimo di Ercoli si trovava a Mosca. Era in corso il VII plenum dell'Internazionale comunista e Togliatti vi rappresentava il partito italiano. (5)
Arresto di Gramsci, Segreteria a Togliatti
In Russra l'alleanza tra Zinovlev Kamenev e Stalin era finita. Confinato Trotzky in un'opposizione senza speranza. Stalin si era fatto il portavoce delle esigenze piccolo-borghesi dei ceti rurali e della burocrazia sovietica.
Da un anno ormai la polemica infuriava spietata. Stalin si era alleato con Bukharin e la nuova parola d'ordine lanciata ai kulak (contadini agiati) era “arricchitevi”.
Invano la gioventù comunista di Leningrado si opponeva in nome degli antichi ideali all'imborghesimento della rivoluzione. L'opinione pubblica stanca e intimidita era pressoché inesistente e all'interno del partito le decisioni burocratiche soffocavano pesantemente ogni dibattito politico. Gregorio Zinoviev, che tanto aveva influito sull'animo di Gramsci, era stato espulso nel luglio dal Politburo del partito bolscevico.
Ora mentre Palmiro Togliatti presiedeva l'assemblea del settimo plenum Zinoviev era costretto a dare le dimissioni dalla presidenza dell'Internazionale. Al suo posto veniva eletto il nuovo alleato da Stalin, Nicola Bukhanin.
Togliatti che aveva ormai appreso da tempo ad essere fedele senza riserve ad ogni decisione della maggioranza bolscevica, fu nominato responsabile della segreteria politica del partito comunista d'Italia.
Antonio Gramsci lasciava per sempre la direzione del partito. Il suo ultimo gesto politico era stato un atto di moderazione. Egli aveva scritto ai compagni russi esortandoli a non stravincere e a “evitare le misure eccessive (6). Voi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate la funzione dirigente che il Partito comunista russo aveva conquistato per l'impulso di Lenin. I vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale” (7). Ma ormai il suo compito era un altro. Di fronte alla dittatura fascista, egli doveva testimoniare col suo lungo sacrificio, la fermezza morale di un'opposizione consapevole ed eroica. La sua dolente e serena figura nei giorni del processo e nei lunghi anni del carcere, è rimasta indelebile nel ricordo degli italiani.
Blasco lo ricorderà sempre così anche nei giorni della più dura polemica con Togliatti, che pure proseguiva l'indirizzo gramsciano della fedeltà incondizionata all'Unione Sovietica. Nel 1937, quando Gramsci moriva e Blasco, ormai espulso dal partito, viveva in esilio la sua dura esperienza di irriducibile combattente antifascista, “La lutte ouvrière” pubblicava il commosso saluto di Pietro Tresso all'antico compagno. “Dopo undici anni di prigione, Antonio Gramsci é morto in una clinica di Roma ove la bestiale repressione fascista s'era vista obbligata a trasferirlo due anni fa, per evitare che l'uomo più amato dal proletariato rivoluzionario d'Italia, finisse di morire nel fondo della sua cella”. Vale la pena di riportare altri brani dell'articolo per vedere come Blasco distinguesse nettamente l'azione politica di Gramsci da quella di Palmiro Togliatti. Rievocandone la vita come quella di “un grande militante” Blasco si rifà all'atmosfera rivoluzionaria e ai sogni del 1919: “Le notizie che vengono dalla Russia sulla vittoria e il consolidamento del potere sovietico accendono le masse d'entusiasmo. L'emblema della falce e del martello copre i muri delle città e dei villaggi da un capo all'altro d'Italia. I nomi di Lenin e di Trotzky sono acclamati come simboli di lotta da milioni di operai, di soldati e di piccoli contadini”. Blasco ora riconosce il valore e l'importanza dell'opera di Bordiga, che pure fu la prima vittima italiana della cieca fedeltà a Mosca. “Due nomi emergono: Bordiga e Gramsci”.
L'opera di Gramsci
E ancora: “La lotta di Bordiga è la lotta per la scissione con i riformisti e i centristi; la lotta per costruire il Partito della rivoluzione. Egli è solo a battersi da più di un anno per questo scopo. Gramsci non vede ancora questa necessità. Dell'esperienza ancora fresca della rivoluzione d'ottobre e delle rivoluzioni degli altri paesi, egli raccoglie soprattutto il fenomeno della crescita e dello sviluppo dei Consigli di Fabbrica. Egli vede in questi consigli la forma rivelata dalla storia dell'auto-governo delle masse lavoratrici, le cellule viventi dell'“Ordine Nuovo”.
Qui — secondo Blasco — sta l'originalità dell'opera gramsciana: “Per due anni, negli articoli di forma per personalissima, ma che riflettono lutto il tormento e lo sforzo creatore dell'avanguardia rivoluzionaria del proletariato di Torino, Gramsci prodiga i tesori della sua intelligenza, della sua cultura e della sua passione rivoluzionaria per dare impulso ai Consigli di fabbrica, per dimostrarne il valore distruttivo dell'ordine capitalista e la necessità in quanto cellule costitutive dell'Ordine Nuovo, dell'ordine socialista e comunista”. Dopo tutto sarà diverso: “ ' L'Ordine Nuovo '”, da settimanale si trasforma in quotidiano, ma sarà ormai un'altra cosa da quello che egli aveva fondato”. L' “altra cosa” che Blasco sottolinea è la mancanza di autonomia e l'opportunismo filosovietico. Ma Gramsci non può esserne fatto in alcun modo responsabile. “I filistei e i burocrati, quelli che oggi cercano di sfruttare Gramsci a profitto del tradimento e delle porcherie staliniane ci presentano già un Gramsci truccato, irriconoscibile a coloro che l'hanno conosciuto e a sé stesso se fosse ancora vivo”. Il giudizio vuole essere obbiettivo e sereno, anche se non sa nascondere la commozione : “Noi crediamo di poter dire, per contro, che malgrado le sue eminenti qualità, si è egli stesso ingannato e su problemi molto importanti. E possiamo aggiungere che ne aveva piena coscienza e non si vergognava di dirlo... Noi non sappiamo quale sia stata l'evoluzione di Gramsci nel corso degli undici anni di prigionia, ma possiamo affermare questo : tutta l'attività di Gramsci, tutta la sua concezione dello sviluppo del Partito e del movimento operaio s'oppongono in maniera assoluta allo stalinismo, alle sue porcherie politiche, alle sue falsificazioni vergognose... “Possiamo anche affermare che, almeno dopo il 1931 e fino al 1935, la rottura morale e politica di Gramsci col Partito stalinizzato era completa. La prova è data non solamente dal fatto che durante questi anni la stampa del partito ha messo la sordina alla campagna per la liberazione di Gramsci, ma anche per il fatto che Gramsci era stato ufficialmente destituito da Capo del Partito e che al suo posto si era innalzato quel pagliaccio buono a tutto fare che si chiama Ercoli. I compagni usciti di prigione ci hanno comunicato anche, due anni fa, che Gramsci era stato escluso dal Partito, esclusione che la direzione aveva deciso di tenere nascosta almeno fino a quando Gramsci fosse stato nell'impossibilità di parlare liberamente”. Difficile è — ancora oggi — poter dire quanto di vero ci fosse nell'ultima affermazione di Blasco. Ma autentici risultano certo l'amore e la nostalgia che vibra-no nelle ultime righe di Pietro Tresso: « Gramsci è morto, ma per il proletariato, per le giovani generazioni che vengono alla rivoluzione attraverso l'inferno fascista, resterà sempre come colui che meglio di tutti ha incarnato le sofferenze, le aspirazioni e la volontà degli operai e dei contadini poveri d'Italia, nel corso degli ultimi vent'anni. « Egli resterà sempre come esempio di dirittura morale e di una probità intellettuale assolutamente inconcepibili per la congregazione degli sguatteri staliniani. “Gramsci è morto ma dopo aver assistito alla decomposizione e alla morte del Partito che egli aveva vigorosamente contribuito a creare e dopo avere udito nel-le sue orecchie i colpi di rivoltella ordinati da Stalin che abbatterono tutta una generazione di vecchi bolscevichi. “Gramsci è morto, ma dopo aver saputo che di nuovo vecchi bolscevichi come Bukharin, Rikov e Rakovski erano già pronti per l'abbattitoio.
“Gramsci è morto d'un colpo al cuore. Non si saprà forse mai chi ha contribuito di più ad ucciderlo: se gli undici anni di sofferenza nelle prigioni mussoliniane o i colpi di pistola che Stalin ha fatto tirare nella nuca di Zinoviev, di Kamenev, di Smirnov, di Piatakov e dei loro compagni nei sotterranei della Ghepeù”.
Fervore attivistico
Così Blasco salutava Gramsci e giudicava Togliatti nel 1937. Ma in quel drammatico scorcio del 1926, le posizioni non si erano ancora delineate con quell'asprezza.
Sotto il grandinare dei colpi fascisti il partito manteneva la sua unità e i dirigenti clandestini moltiplicavano il fervore e il coraggio per salvarne l'organizzazione. Blasco era riuscito a sottrarsi alla cattura. Bar-bara si era gettata una volta da un tram in corsa nel dubbio di essere pedinata. Il centro clandestino era salvo e ora — come s'è detto — Blasco e Barbara abitavano a Marino di Roma. Le sofferenze si facevano più acute e le responsabilità più pesanti, ma la lotta conservava ancora il suo sa-pore romantico. Anche il buon umore non era scomparso. La padrona di casa guardava con occhi benevoli la giovane coppia e pensava che quell'uomo giovane e taciturno che non beveva mai vino, fosse ammalato. Blasco e Barbara si divertivano a lasciarglielo credere. Poi le esigenze del partito li portarono a Genova. Barbara litigava talvolta con Blasco. Lui aveva riunioni notturne a Quarto su vecchi barconi ove non c'erano pericoli di sorprese. Barbara ne era esclusa e si sentiva come defraudata della sua parte di avventura. Era coraggiosa e sapeva affrontare i pericoli. Non aveva mai pianto e non piangerà neanche più tardi quando ai pericoli si aggiungeranno le angoscie dei dubbi e della solitudine. Ma Blasco, se si trattava di disciplina di partito, era irremovibile. Le rileggeva allora una sua poesia composta nell'adolescenza in cui vagheggiava una fanciulla fragile, bionda, abbandonata e poverella e le rimproverava la spericolatezza avventurosa. Poi ritornavano a lavorare. Togliatti era rientrato da Mosca e aveva fissato in Svizzera la segreteria politica del partito, collaborando con Grieco e con Tasca. Per dirigere la lotta clandestina in Italia venne costituito un apposito organo formato da Blasco, Alfonso Leonetti, Paolo Ravazzoli, Camilla Ravera e Ignazio Sìlone. Una delle sedi segrete era a Milano in un appartamento di via Nino Bixio. Furono giorni e mesi di attività frenetica con risultati non indifferenti. Si riuscì, tra l'altro, a dar vita ad un'edizione clandestina milanese de “l'Unità “ che raggiunse talvolta 5 mila copie di tiratura. Per canali segreti, i fogli raggiungevano gli ambienti proletari che non avevano piegato al fascismo e dalla Lombardia all'Emilia, dal Piemonte alla Toscana, da Roma all'Italia meridionale, la voce del partito, se pure soffocata, non cessava di alimentare l'opposizione. Anche l'organizzazione sindacale, dopo il definitivo scioglimento della Confederazione del Lavoro, riebbe una sua efficiente ossatura segreta. Per merito soprattutto di Paolo Ravazzoli, si giunse il 20 febbraio del 1927 a riunire clandestinamente in via Pastrengo a Milano un convegno di sindacalisti comunisti, con qualche elemento d'altra tendenza. Da quella riunione sorse la nuova organizzazione sindacale clandestina che riuscì, per un momento, ad avere un certo peso, specie a Torino e in Piemonte. Blasco e Barbara non potevano concedersi pause di tenerezza. Come nel periodo romano erano costretti a continui cambiamenti di residenza. Talvolta passavano clandestinamente il confine e il ritmo della vita normale, che ormai era solo “degli altri”, sottolineava la durezza dell'impegno. Il primo maggio svizzero era una sagra paesana con capi comunisti mascherati e lancio di caramelle. Barbara doveva difendersi dalla curiosità delle vicine quando passava la notte a tradurre in cifra i messaggi da affidare al corriere per l'Italia.
“L'ambiente della nostra responsabilità è l'Italia”
Ma anche così non vi era strada per i rimpianti. Il nemico era di fronte e i rischi e le amarezze di tutti i giorni non scalfivano la coscienza del dovere compiuto. Solamente più tardi e per Blasco prima che per Barbara, cominceranno i giochi sottili delle giustificazioni tentate ad ogni costo, la lotta estenuante contro un'impalpabile “cattiva coscienza”. Allora il lavoro diventerà sempre di più un rifugio, un alibi per respingere e non vedere. Non aveva detto Lenin che il vero rivoluzionario si riconosce dal suo comportamento nel proprio Paese? E in questi termini Blasco risponderà ancora a Silone che l'informava sulle vicende di Russia : “L'ambiente della nostra responsabilità è l'Italia e non la Russia. Noi non possiamo mettere in crisi la nostra lotta contro il fascismo solo perché i russi litigano fra loro. Le condizioni di lotta in Italia e in Russia possono, a prima vista, sembrare un punto di partenza e un punto d'arrivo; ma nessuno può stabilire tra questi due poli un nesso di assoluta fatalità. Perciò andiamo avanti e speriamo che la futura rivoluzione comunista in Italia finisca un po' meglio”.
Eppure “l'assoluta fatalità” era ormai da tempo operante e il partito italiano vi era forse invischiato da quando ogni possibile autonomia era stata sconfitta con i metodi spicci che avevano messo Bordiga fuori combattimento. Blasco poteva ancora tentare di illudersi sulla possibilità di una “via italiana” e respingere dolorosamente l'immagine dei russi che “litigano fra loro”. Ma si trattava di altro.
Il dibattito, in Russia, era in quel periodo forse più che in ogni altro necessario e vitale. L'asprezza dei toni poteva anche giustificarsi per la drammaticità della situazione e l'importanza delle decisioni da prendersi. Era il particolare modo, se mai, in cui il dibattito si svolgeva, a insinuare inquietudini e ad alimentare il sorgere di una “cattiva coscienza”.
I comunisti militanti non erano avvezzi a soffermarsi su questioni formali o preoccupazioni moralistiche. Chiusi nella loro ideologia e protetti dagli immani sacrifici che sopportavano, erano, come i primi cristiani, cittadini d'un altro mondo. Ma la città futura per cui combattevano, aveva la sua cittadella terrena nel bastione assediato dell'Unione sovietica. Ciò che là succedeva non poteva non essere paradigmatico e come circondato da un alone sacrale. La nuova Gerusalemme non era solo scesa tra milioni di uomini a incarnare speranze e a dare volto al mito, ma si era pure concretata in istituzioni e in organismi legali. L'infinita miseria delle moltitudini, il dolore muto e spaurito di milioni di uomini potevano solo essere riscattati dall'assoluto buon funzionamento di quelli. E in primo luogo dal partito, pupilla degli occhi di Lenin, ordine immacolato dei cavalieri del Graal. Come ammettere allora l'insufficienza delle istituzioni a contenere e a inquadrare un dibattito di per sé necessario e vitale? Come al tempo di Kronstadt e della nuova politica economica, così negli anni dell'ascesa di Stalin, non la malvagità degli uomini o l'assedio capitalista o il tradimento di gruppi o di singoli, potevano scuotere la fermezza dei militanti. Ma il ricorrere costantemente a tali motivi per spiegare l'infelice prova delle istituzioni statali e politiche alimentava l'insicurezza e il disagio.
Proprio quando i nodi della politica staliniana delle successive concessioni ai ceti rurali venivano al pettine, compromettendo l'intera società sovietica, fondata sulla proprietà collettiva, un dibattito profondo e una svolta responsabile si rivelavano necessari. Ma né l'uno né l'altra erano seriamente possibili. Il dramma non era certo al suo primo atto ma stava per assumere dimensioni macroscopiche. Ormai le sue conseguenze si facevano sentire ben oltre la ristretta cerchia degli iniziati al comunismo coinvolgendo il destino di intere popolazioni.
Il tragico epilogo della rivoluzione cinese aveva affrettato i tempi e il 12 novembre 1927 Trotzky e Zinovicv erano stati espulsi dal partito. Poi in Russia il conflitto sociale tra i ceti benestanti delle campagne, forti sul piano economico e su quello politico per la larga rappresentanza che avevano nel partito, e la nuova burocrazia sovietica, era giunto alla sua fase acuta. La vitalità dei kulak chiedeva ormai piena libertà di commercio e intravedeva il ripristino della proprietà terriera come traguardo ormai raggiungibile. Per intanto i raccolti non giungevano agli ammassi e l'intera società sovietica minacciava la crisi. Anche l'alleanza Stalin-Bukharin era finita.