Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (2)

Pubblicato il da trotskismo.over-blog.it

 

Blasco incontrò Barbara intorno al 1924. La ragazza che doveva diventare la compagna fedele del dirigente rivoluzionario era già una militante comunista impegnata nella lotta contro il fascismo. Barbara lavorava per I'Internazionale giovanile e si trovava in quei giorni a Berlino (I).

La città che aveva visto la rivolta spartachista e ì funerali di Rosa Luxemburg le sembrava grigia e fredda. La gente era ostile e taciturna. L'inquietudine diffusa fra I compagni tedeschi, pareva esprimersi ormai solo in un ostinata abuso di birra chiara. La sera i teatri affollatissimi, si accendevano di vita, ma l'immagine che ne rimandavano era l'ossessione grottesca dell'espressionismo esasperato. Blasco tornava da Mosca ove si era recato al Congresso dell'Internaztonale Sindacale Rossa. Era in cormpagnia di Umberto 'Terracini come al solito elegantemente vestito. Lui, invece, portava in testa un berretto di stoffa da operaio e aveva una guancia gonfia per il mal di denti.

Alla giovane compagna parlò di Mosca con affetto e realismo. Lo avevano colpito la miseria della popolazione e l'abbondanza dei ladri. In tram gli avevano tagliato la giacca non riuscendo tuttavia a sottrargli il portafoglio trattenuto dalla fodera alla stazione avevano tentato addirittura di rubargli la valigia. Anche contro tutto questo bisognava lottare per realizzare il comunismo.

Blasco aveva tempra dl lottatore. Le sue origini erano modeste. Il padre aveva fatto il mezzadro in una zona Veneta infestata dalla malaria, Il medico aveva detto: “cercate di liberarvi al più presto di questa terra”. Così la famiglia Tresso si era trasferita a Magré di Schio ove il mezzadro era diventato manovale al Lanificio Rossi. Nella nuova residenza era nato Pietro il 3 gennaio 1893. Era l'ultimo dl quattro figli (due maschi e due femmine) dl una famiglia poverissima. La sorella. poco più che una bimba, faceva la filatrice e Blasco ne ricorderà sempre con tenerezza e sofferenza le levatacce prima dell'alba per recarsi in fabbrica. Non poté compiere studi regolari e già a nove anni abbandonò la scuola per una sartoria ove lo accettato come apprendista. Aveva conservato comunque l'amore c la nostalgia dello studio che coltivò da solo con tenacia e puntigliosità. Crebbe anche con una sensibilità scontrosa che non l'abbandonerà per tutta la vita. Ma presto imparo a dominare i sentimenti e a non concedersi nulla.

 

Militante del movimento giovanile socialista

 

I ricordi dell'infanzia riappariranno più tardi, negli abbandoni confidenziali, a ritessere in unità una vita così esemplarmente tesa. Allora c'era l'ansia dl imparare sugli opuscoli economici delle edizioni Sonzogno o su quanto gli capitasse tra le mani.

Ancora adolescente fece parte del movimento giovanile socialista. non senza urti in casa per il cattolicesimo praticante di tutti i familiari. Studiava da solo matematica. lavorava e si occupava dl questioni sindacali.

Fu presto notato e una dirigente della Camera del Lavoro Io propose per un concorso per una borsa di studio all'“Umanitaria”.

Per due anni fu a Milano ove seguì un corso di legislazione operaia per dirigenti sindacali avendo come maestro. tra gli altri, Fausto Pagliari. Precisava intanto i propri interessi culturali e si accostava agli autori più robusti del marxismo italiano formandosi sulle pagine di Antonio Labriola. Lo interessava particolarmente anche il problema meridionale alla meditazione del quale lo spingevano le letture di Giustino Fortunato e la sua stessa esperienza personale giacché fu mandato in Sicilia presso una Camera del Lavoro.

Sempre le sue esperienze furono dure. Dove imperava la mafia vide una volta, senza potere intervenire, tagliare le orecchie a un uomo per un'improvvisa quanto spietata vendetta privata. Qualche mese più tardi, in trincea. dovette assistere alla distruzione di tante vite. Ma attraverso questo prove se la volontà si faceva più tesa e, in un certo senso. più dura, la sua umanità si allargava ad una maggiore comprensione delle sofferenze individuali e collettive senza che mai l'impegno politico ne inaridisse gli slanci iniziali.

Abile nel disegno. nonostante fosse privo dl titolo di studio, era stato Inviato alla scuola ufficiali ed era diventato tenente. Il suo passato di militante non era tuttavia ignoto. Coinvolto nel famoso processo dl Prasomaso. istruito dal Tribunale Militare contro un gruppo di oppositori alla guerra. fu assolto ma, riconosciuto sovversivo e rinviato al fronte in una compagnia di punizione. Per trentatré mesi consecutivi rimase nelle trincee di Asiago fino a quando, avendo contratto una seria malattia polmonare, non venne rinviato a casa come grande invalido di guerra. Era ritornato cosi al suo impegno politico e aveva militato nella sinistra del PSI per aderire, dopo Livorno, al Partito comunista d'Italia.

Quando Barbara lo conobbe era un uomo alto, sereno e taciturno. La sua vita, completamente dedicata al partito, aveva la severità e l'impegno morale che quella durissima scelta, negli anni fascisti, esigeva.

Ma c'era in lui, anche nel tratto, qualcosa che ne accentuava il fondamentale puritanesimo, nel disdegno di ogni esteriorità e di ogni pose romantica, nello stesso gusto del vestite sobrio e dimesso che gli facevano ripudiare con orrore persino un'innocente cravatta fantasia. Ma il suo carattere si distingueva soprattutto per l'onesta intellettuale e lo spiccato realismo e saranno proprio queste qualità a fargli rifiutare più tardi le impostazioni politiche dell'Internazionale e a provocate l'urto con Palmiro Togliatti.

 

Nel PCI con Bordiga e con Gramsci

 

Allora il piccolo partito. dalla “disciplina rigida e implacabile”, come lo avevano voluto Bordiga (2), Terracini. Gramsci. ecc. aveva già fatto le sue prove. Il 2 marzo del 1921, mentre in Italia la situazione precipitava, aveva lanciato un appello di lotta al fascismo: “Il proletariato rivoluzionario d'1talia non cede sotto i colpi della reazione... La parola d'ord1ne del partito comunista è quella di accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende... e di rispondere con la preparazione alla preparazione... con le armi alle armi”. E gli scarsi militanti avevano subito il peso delle squadre e gli orrori delle spedizioni punitive.

Ma a fianco di questa lotta, in molti casi eroica per la disparità delle forze, il partito seguiva un altro tragico destino che doveva essere comune a tutti i partiti bolscevichi del mondo. Nato sotto il segno della fedeltà alla Rivoluzione russa, doveva seguirne tutte le svolte e piegarsi a tutte le contraddizioni.

Nessuno in Italia ascoltava in quegli anni le stazioni radio sovietiche. Ma l'8 marzo 1921. la festa Internazionale della donna era stata salutata da radio Kronstadt in modo inusitato: “Noi di Kronstadt. In mezzo al rombo del cannoni e allo scoppio delle granate, lanciate contro di noi dai nemici del popolo lavoratore, i comunisti, mandiamo un fraterno saluto a voi lavoratrici di tutto il mondo. Vi mandiamo un saluto dalla rossa Kronstadt insorta, dal regno della libertà... Viva le libere donne lavoratrici rivoluzionarie! Viva la rivoluzione sociale mondiale! ›.

A meno di tre anni dalla Rivoluzione d'Ottobre i comunisti si scontravano con il tragico problema dell'organizzazione del potere e della libertà in una società socialista e allora, come dopo trentacinque anni sulle strade sconvolto di Budapest, non trovavano di meglio che la repressione annata e la calunnia ingiuriosa, agli operai inserti, dl essere agenti del nemico.

Erano queste le «mani sporche » del comunisti, il loro dramma più vero che suggeriva all'anarchico Berkman le amare parole del suo diario: “17 marzo: Kronstadt è caduta oggi. Migliaia di marinai e dl operai giacciono morti per le strade. Continua l'esecuzione sommaria dei prigionieri e degli ostaggi. 18 marzo: I vincitori celebrano 1'anniversario della Comune del 1871. Trotzky e Zlnovlev imprecano a Thìers e a Gallifet per il massacro dei ribelli di Parigi”.

Ma l'eco della tragedia che iniziava con le cannonate dt Kronstadt non era giunta tra i militanti italiani. Essi pensavano ancora in quegli anni dl poter conciliare la fedeltà alla Rivoluzione con l'autonomia delle decisioni e la libertà della critica. Umberto Terracini nell'estate del 1921 aveva esposto a Mosca, al III Congresso dell'Internazionale, un punto di vista delle delegazioni italiane, tedesca e austriaca, che contrastava con quello sovietico. La risposta di Lenin, secca e tagliente, non si era fatta aspettare: “Se questa opinioni del compagno Terracini sono condivise da tre delegazioni, ciò significa che nell'Internazionale non va tutto per il meglio”.

 

Le tesi di Roma”

 

La disciplina permetteva tuttavia ancora l'espressione dei dissensi e al II Congresso del Partito Comunista d'Ita1ia, tenutosi a Roma nel marzo del 1922, avevano prevalso le “tesi” contrastanti con le direttive de1l'Internazionale (3).

In quei mesi anche si venivano selezionando i migliori quadri del comunismo italiano e mentre Palmiro Togliatti, il più stretto collaboratore di Gramsci, entrava per la prima volta nel Comitato Centrale, Pietro Tresso si distingueva tra gli uomini più preparati e più battaglìeri.

Allora il partito era poco numeroso ma ricco di prestigio, con un gruppo dirigente che sembrava omogeneo, e comunque assai dinamico ed attivo. L'impegno di lotta, subito dopo Livorno, aveva fatto emergere i migliori. “Da questi ranghi uscivano capaci organizzatori come Pietro Tresso e Paolino Ravazzoli, buoni quadri operai come Vittorio Bardini, Domenico Ciufoli, Giovanni Roveda, donne combattive come Camilla Ravera e Teresa Noce, dirigenti giovani come Edoardo D'0noírlo. Giuseppe Berti, Secondo Tranquilli che doveva diventare famoso col nome dl Ignazio Sìlone”.

Alcuni di questi nomi sono ora molto noti in Italia e li incontreremo spesso nelle pagina di questa storia. Altri sono stati dimenticati perché entrati volontariamente nell'ombra o travolti dalla tragedia comunista. Allora costituivano un gruppetto di «rivoluzionari di professione”, giovani e sconosciuti, decisi tuttavia a non piegarsi al fascismo e ad affrontare ogni rischio.

Le “tesi di Roma” ribadivano i motivi della scissione dal PSI. davano un'interpretazione rivoluzionaria della situazione europea e impegnavano all'intransigenza. A Mosca si liquidava invece il « comunismo di guerra» e si ora inaugurata una nuova politica economica.

Nell'aprile del 1922 Giuseppe Stalin diventava segretario del partito bolscevìco.

La svolta imponeva ora al giovani partiti comunisti il “fronte unico” con le forze socialdemocratiche europee. Ma in Italia ciò era più difficile che altrove mentre la maggioranza del quadri dirigenti del PCI era decisamente contraria. Iniziava così anche da noi - quasi in sordina e senza sussulti - il vero e lungo dramma del comunisti.

Le particolari circostanze italiane ne favorirono gli sviluppi e, al tempo stesso, lo tennero nascosto agli occhi dei più. sminuendone la portata nella coscienza degli stessi protagonisti.

Amadeo Bordiga fu arrestato in Piazza dl Spagna, a Roma, in un pomeriggio di febbraio del 1923 mentre attendeva ad un appuntamento Ruggiero Grieco. Terracini riuscì a stento a mettersi in salvo e Grieco fu preso nello stesso giorno. Il partito rimaneva senza segretario mentre Antonio Gramsci si trovava a Mosca.

Ne approfitto l'Esecutivo dell'Internazionale per designare i dirigenti provvisori della formazione politica italiane. L'incarico tocco a Palmiro Togliatti che, assunto il nome di Ercoli sistemò il proprio quartier generale ad Angera sul lago Maggiore iniziando a ritessere le file dell'organizzazione scossa dall'aggressione fascista.

Gramsci si era sistemato Intanto net prassi di Vienna mantenendo tuttavia i contatti con i maggiori militanti italiani. Durante la permanenza a Mosca su era convinto della bontà della “svolta” ed ora con una fitta rete di lettere cercava. di staccare ad uno ad uno i collaboratori da Bordiga dalla fedeltà alle “tesi dl Roma”. Anche Pietro Tresso che in quel mese si faceva chiamare Lanzi fu investito dalle incalzanti pressioni gramscìane.

Ancora nell'autunno del 1922 Blasco aveva fatto parte della delegazione italiana al IV Congresso dell'Internazionale e in quell'occasione a Mosca aveva votato con Bordiga contro le proposte di Zinoviev. Di fronte alle pressioni di Gramsci non cedette senza riluttanza.

Il partito gli scriveva il leader non è un club di amici cordiali che si sbaciucchiano ad ogni istante e si fanno continuamente delle dichiarazioni di stima. Perciò non sono d'accordo con te per ciò che dici sulla disciplina che mi pare sia concepita da te un po' meccanicamente e soldatescamente. Per imporre una disciplina bisogna possedere un centro forte che svolga una politica adeguata”.

Ma il quadro completo delle riserve di Blasco avverso per temperamento alle manovre sottili. ce lo fornisce una lettera a Gramsci di Mauro Scoccimarro.

So che Lanzi (Blasco) ti ha scritto diverse lettere. Il suo atteggiamento é veramente caratteristico. Appena giunto da Mosca egli era decisamente contrarlo a tutto l'atteggiamento dl Amadeo (Bordiga); oggi invece egli giustifica molti suoi atti pur non condividendo il suo pensiero politico. Talvolta egli assume atteggiamenti che da un certo punto di vista sono assai più vicini alla posizione presa da Amedeo che alla nostra, pur non essendovi tra non e lui alcun reale dissenso politico. Egli vede il male, sente la gravità della crisi del partito e non sa decidersi a trovare una via d'uscita: dl fronte a noi egli è un po' diffidente perché teme che noi ci si sposti troppo a destra. Mi fa l'impressione di un uomo che geme e si lamenta per acuta dolori dl ventre e non sa decidersi a trangugiate il purgante che solo può rimettergli a posto le viscere. Come è avvenuto questo cambiamento in Lanzi? Non si può certo attribuirlo all'lnfluenza personale di Amadeo: questi non è in rapporto con lui né si sono mai incontrati. L'unica causa vera é questa: in questi ultimi tempi Lanzi é stato molto a contatto con i compagni del Partito. Egli ha sentito quale è in genere lo stato d'animo dei nostri militanti e ne ha subito l'influenza e ne è egli stesso divenuto una diretta espressione E se questa è la situazione per un compagno che conosce fin nel particolari tutto le nostre questioni, figurati quale é la situazione della gran massa del compagni che sono all'oscuro di tutto”.

Per convincerlo c'era voluta tutta la potenza dialettica dt Gramsci e alla fine Blasco aveva accettato di legarsi al carro dell'intellettuale sardo nell' accettazione della disciplina che veniva da Mosca e nella lotta contro Amadeo Bordiga. La posta in gioco non permetteva di guardare troppo per il sottile. Anche se la politica del “fronte unico” voluta dal russi era d'impossibile accettazione in Italia, specie dopo la vittoria al Congresso di Milano del PSI della corrente autonomista guidata da Nenni e da Vella, fu lanciata la parola d'ordine della “bolscevizzazione” che significava allineamento rigido alla Terza Internazionale e polemica a fondo contro le posizioni di Bordiga.

Allora nessuno del comunisti italiani si rendeva conto, forse di compiere un passo su un piano inclinato estremamente pericoloso. Il mito dell'Internazionale, come partito mondiale rivoluzionario, bastava da solo a sciogliere riserve e a vincere resistenze. Più tardi le esperienze del singoli e la vigilanza delle coscienze avrebbero maturato crisi e dilacerazioni e profonde. Ma apparse sul piano individuale e in tempi diversi raramente sarebbero divenute larga e feconda opposizione politica. Più spesso invece non avrebbero avuto altra speranza che la tragica solitudine del gemito di Kronstadt.

 

Costruttore dell'organizzazione illegale

 

Ma anche le incertezze di Blasco in quei mesi, non parvero lasciar traccia. Quando Barbara lo aveva incontrato, egli era immerso nel duro lavoro dell'organizzazione clandestina sulle stesse posizioni politiche di Antonio Gramsci.

Barbara aveva dietro di sé esperienze di avvenimenti storicamente significative quali il crollo dell'impero asburgico, cui era segnata la tragedia del suoi concittadini fiumani, gli echi della prima rivoluzione ungherese e delle giornate dannunziane che avevano distrutto per

sempre la tranquilla rispettabilità del vecchio mondo anteguerra. Barbara aveva lasciato gli studi di medicina e condivideva i rischi dl quell'uomo alto, dal molti nomi, che aveva continuato ad amare.

I pericoli e la durezza delle prove non avevano offuscato le seduzioni dell'avventura. I doveri della disciplina esaltavano il senso delle scelte definitive.

Alla frontiera Blasco aveva nascosto una rivoltella nella manica della camicia e Barbara aveva tremato di paura e di orgoglio alla visita doganale.

Poi aveva lasciato Milano per entrare definitivamente nella clandestinità. Era partita da una stazione secondaria per scendere alla prima fermata; sul diretto per Roma era salita ormai una “rivoluzionaria di professione” senza passato e senza radici.

Nei primi tempi Barbara incontrava qualche volta Blasco in casa dl Ignazio Silone anche lui illegale incaricato dell'aglt-prop del partito. Blasco vi compariva la sera per bere un bicchiere di acqua acetosa e scambiare qualche impressione. In seguito presero una casetta aMarino dl Roma.

L'anno decisivo era stato al 1926.

La lunga battaglia che ll gruppo dl Gramsci e Togliatti aveva condotto contro Bordiga si era conclusa quell'anno a Lione. Anche se due anni prima a Como la maggioranza del partito si era schierata con l'ingegnere napoletano ormai ogni possibilità dl autonomia era oggettivamente svanita. Gramsci aveva staccato ad uno ad uno i vari collaboratori dal fianco dl Bordiga cominciando da Terraclni e da Grieco. Poi i metodi burocratici che impedivano il dibattito con provvedimenti organizzativi avevano fatto al resto.

Anche in Russia ogni speranza di opposizione a chi deteneva il potere nel partito doveva presto rivelarsi illusoria. Nell'autunno del 1924 Trotzky aveva pubblicato “Le lezioni dell'Ottobre”, criticando, tra l'altro, l'opportunismo dell'Internazionale, ma nella primavera dell'anno successivo era stato allontanato dal Commissariato alla Guerra.

La disciplina di partito escludeva le frazioni e ogni atteggiamento contrario al potere esecutivo veniva colpito come frazionistico. Una nuova logica, chiusa nei suoi sillogismi di ferro, si era impadronita ormai della vita politica comunista.

Il leader napoletano la denunciava su “l.'Unità”:

Si polemizza a questo modo: la sinistra dice che Internazionale sbaglia. L'Internazionale non può sbagliare, dunque la sinistra ha torto» Ma negli anni dal '24 al '26 la prima vittima in Italia di questa nuova scolastica era stato proprio Amadeo Bordiga.

A Lione egli fu sconfitto e più tardi dichiarato traditore secondo il metodo in uso a Mosca.

Allo stesso Congresso Blasco era entrato nel Comitato Centrale assumendo una posizione dl rilievo nel comunismo italiano Tra l sessanta delegati che si erano riuniti nella città francese in rappresentanza di un partito duramente perseguitato un Italia, Blasco non era certo uno del meno coraggiosi. Al termine del congresso egli venne arrestato e condannato a tre mesi perché entrato in Francia clandestinamente dopo esserne stato una volta espulso.

Ma il partito contava molto su di lui, sulle sue capacità orgamzzatìve e dl lavoro, sulla sua preparazione e sulla sua indiscutibile fedeltà. Così, di fronte alle prospettiva di una lotta che doveva necessariamente assumere forme clandestine a Blasco e a Silvia (pseudonimo di Camilla Ravera) fu affidato il compito di organizzare a Roma la centrale segreta del partito.

Da principio Blasco si sistemò al primo piano di una vecchia casa decorosa con ingresso indipendente sul Lungotevere Ripetta. Si faceva passare per rappresentante di commercio, svolgendo tra mille pericoli un lavoro intensissimo.

Barbara vide anche per la prima volta, in quei giorni l'ufficio, dove si preparavano le carte false. “Non guardarti in giro” aveva raccomandato Blasco e, in vero, non vide che due giovani quasi sepolti tra boccette d'inchiostro per timbri.

Occorreva prima dl tutto mantenere i collegamenti organizzativi con i cento responsabili del partito e l'estero. Un palo dl corrieri facevano continuamente la spola tra la Svizzera, la Francia e le sedi clandestine. I passaporti erano ottimamente falsificati e il trasporto di documenti e materiale propagandistico esigeva accuratezza e fantasia. Valigie a doppio fondo, libri con rilegature speciali, nécessaíres da viaggio borse da professionista, bambole, articoli da toilette, tutto poteva servire come involucro insospettabile per introdurre in Italia materiale dl partito.

 

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