Alfredo Azzaroni - Blasco - Biografia di Pietro Tresso (1)
INTRODUZIONE
Questo lavoro di Alfredo Azzaroni merita ogni elogio. Esso costituisce un contributo intelligente e accurato alla storia del movimento comunista italiano, facendo piena luce attorno a Pietro Tresso e su alcune vicende politiche in cui egli fu coinvolto. Lo scritto dell'Azzaroni è tanto più meritevole, in quanto egli, per ragioni di età e di appartenenza politica, si è formato al di fuori dell'ambiente di cui tratta. Ciò che l'ha mosso nella difficile ricerca, non é stato dunque alcun risentimento, ma un generoso impulso di verità. Non sembri esagerata l'affermazione che questa qualità é quella che, a mio avviso, più difetta nella recente storiografia sul movimento operaio italiano, specialmente per quello che concerne le origini del PCI e la genesi delle sue crisi interne. E' probabile che la sopravvalutazione politica del ruolo dei Consigli di fabbrica torinesi nella nascita del PCI sia il frutto, oltre che di un chiaro intento apologetico, anche di una frequente aberrazione intellettualistica. É infatti da intellettuali attribuire un'importanza storica preminente alla creazione o ideazione di nuove forme istituzionali, in dispregio delle novità effettive che si dissimulano e fanno strada dietro vecchie forme. (Nella fattispecie poi, com'è stato già ricordato e mai smentito, l'idea gramsciana dei Consigli era di chiara derivazione sindacalista americana). Ma il poco conto che nella gestazione del comunismo italiano la medesima storiografia attribuisce all'atteggiamento delle varie frazioni socialiste durante la prima guerra mondiate, ha un'esclusiva motivazione politica, ed è che, di fronte alla guerra, il pensiero iniziale di Gramsci (e di Togliatti) non fu tra i più chiari, contrariamente a quello di altri socialisti della stessa Torino. Dalla più o meno cosciente distorsione dei fatti maggiori, é facile poi cadere, per legge naturale di gravitazione, al “culto della personalità” nelle forme più puerili. (Valga per tutti un episodio compassionevole. L'Unità di fine ottobre 1947 pubblicò una versione “eroica”, interamente inventata, di un incidente banale occorso a Togliatti in una tipografia di Roma, l'indomani della storica Marcia: con ricchezza di particolari sui quotidiano comunista veniva raccontato come Togliatti fosse stato liberato da una squadra armata della federazione comunista romana, mentre stava per essere fucilato da un gruppo di fascisti. Avevo appena terminato la lettura di quella storia romanzata, in un corridoio di Montecitorio, quando vidi passare Togliatti. “Perché permetti che si inventino sul tuo conto tali sciocchezze?” non potei fare a meno di chiedergli mostrandogli il giornale. Egli mi rispose con un'alzata di spalle. “Alla base del partito, disse, piacciono le leggende”. Se non l'avessi conosciuto quando egli era ancora un rivoluzionario, avrei potuto forse riderne.
C'è quindi poco da stupire, con personaggi così disinvolti, se gli episodi di crisi interna, che per loro natura esasperano al massimo gli spiriti, siano stati travisati secondo le necessità polemiche. Non si può dire che la disposizione d'animo, almeno nel PCI, sia nel frattempo mutata. “Compagni, — aveva detto Krusciov al XXII Congresso del PCUS, — é nostro dovere di rivangare nei minimi particolari le vicende oscure legate all'abuso di potere. Se non si possono più risuscitare i morti, bisogna almeno che il Partito racconti la verità». Ma PCI non si é finora dimostrato capace di raccogliere quell'esortazione e di raccontare su di sé la verità ancora occultata dalle leggende. Esso raccoglie ancora preziose energie, ma irretite da un pesante apparato, precocemente invecchiato nella supina obbedienza alla ragione di stato russa. Perfino il Concilio della Chiesa Cattolica, grazie alla presenza di forti rappresentanze che sembrano immuni dalla decadenza concordataria, in grado di mostrare una vita interna differenziata e vivace, che nessuno più sì aspetta da questo partito che si chiama ancora rivoluzionario e che ha appena quarant'anni di vita. In quanto alle cosiddette riabilitazioni, sia chiaro che i veri interessati non ne hanno alcun bisogno, poiché, se ne avesse l'energia, il PCI dovrebbe cominciare col riabilitare sè stesso. Ma esso non è in grado di criticare gli errori del passato, dato che la loro causa principale: l'asservimento a una politica di potenza, non é un fatto ormai esaurito o accidentale, ma rimane la forza che strettamente lo determina. Fortunatamente per tutti, e anche per i comunisti, in questo paese vige la libertà di stampa, e il PCI non può impedire che i propri iscritti finiscano col conoscere quello che le pubblicazioni di partito nascondono. A me pare che questo volumetto dell'Azzaroni abbia tutti i requisiti per interessare in primo luogo ogni comunista in buona fede. Sotto molti riguardi, Pietro Tresso era infatti un comunista esemplare. Caso poco frequente nel movimento operaio italiano, egli era un dirigente di origine proletaria, che della sua provenienza sociale conservava intatte le dori di freschezza e operosità. Benché autodidatta, la sua vivace intelligenza si applicava allo studio delle materie più diverse, anche estranee ai bisogni del lavoro pratico che il partito gli affidava. Nella conversazione con gli amici, egli amava manifestare quel suo gusto per il sapere disinteressato. Era coraggioso di natura e nelle circostanze più drammatiche del lavoro clandestino non perdeva mai il suo buonumore. L'ascesa di Tresso dai quadri intermedi e tecnici dell'organizzazione di partito alle istanze centrali fu voluta e imposta da Gramsci, assieme a quella dell'altro operaio, Il milanese Ravazzolí, e a Camilla Ravera. Nella direzione del PCI ricostituita dopo gli arresti del 1926, essi potevano essere considerati i “gramsciani”. Ma la diversità della formazione mentale non impediva che le relazioni fra noi tutti fossero amichevoli. Forse sarebbero rimaste tali ancora per un po', se a un certo momento la nuova direzione staliniana dell'Internazionale comunista non si fosse decisa a intervenire duramente contro il gruppo dirigente del PCI, e se Togliatti, per salvare sé, non avesse offerto dei capri espiatori. Sarebbe tuttavia ingiurioso per la memoria di Tresso ammettere che, senza il concorso di quelle circostanze eccezionali. egli sarebbe rimasto ancora a lungo nelle file comuniste in fase di progressiva stalinizzazione. I motivi di ribellarsi gli si sarebbero presentati a catena. Egli era un onest'uomo, refrattario alla pratica delle “menzogne utili”. Egli sentiva fortemente il dovere della disciplina di partito ma non al punto da atrofizzare in sè i motivi che l'avevano condotto al socialismo rivoluzionario. Tresso fu espulso dal PCI assieme al Ravazzoli e a Leonetti nelle circostanze che in questo libretto sono documentate. Non è facile immaginare ora che cosa significasse per dei comunisti come il Tresso l'espulsione dal partito. Era l'equivalente processo della scomunica medievale. Non tanto è importante sottolinearlo per le difficoltà di ogni genere, materiali e legali che l'espulso doveva affrontare quanto per l'autoisolamento In cui da se si poneva rispetto a tutto il mondo “borghese”, in esso compreso tutti gli altri gruppi antifascisti, autoisolamento che gli derivava dal costume di rigore morale che portava con sé e a cui non era disposto a rinunziare. Noi eravamo cresciuti in un ambiente chiuso in cui tanto per fare un esempio, anche prima del fascismo, il solo appartenere all'Associazione della stampa in promiscuità con giornalisti “borghesi” era rifiutato come un obbrobrio. Nell'autoisolamento volontario le sole notizie del mondo erano le accuse di venduti corrotti traditori che continuavano ad arrivare da parte degli ex compagni. All'inizio poteva sembrare che i funzionari del PCI si applicassero a quell'ignobile esercizio per semplice dovere burocratico verso Mosca: per placare la rabbia degli ottusi inquisitori e provare a sincerità della propria resipiscenza. In seguito però si cominciò a capire che essi vi aggiungevano uno zelo che non era più d'obbligo, facendo sfoggio di una violenza verbale in cui solo gli uomini in malafede possono essere capaci. Negli espulsi la sorpresa prevaleva sull'indignazione Com'era possibile una depravazione tanto rapida? Fino a poco tempo prima eravamo stati amici avevamo affrontato assieme gli stessi rischi durante anni. Per qualcuno la spiegazione machiavellica poteva bastare ma per gli altri? Non c'era, e non c'é che questa spiegazione: l'effetto deleterio della ragione di stato su spiriti che nella lotta clandestina si erano interamente modellati secondo il figurino bolscevico, che certamente rappresenta una delle forme più arretrate del fanatico politico. In tal modo noi vedevamo riapparire sul tronco della parte più attiva del movimento operaio moderno una delle più ripugnanti degenerazioni spirituali che la storta umana avesse mai conosciuto e che noi eravamo abituati a considerare come esclusiva del fanatismo religioso. Avendo identificato il Partito con la Storia come altri identificavano la Chiesa col Regno di Dio, uomini stimati e intelligenti mentivano sapendo di mentire, incrudelivano contro compagni indifesi e si vantavano di tanta bravura. Oltretutto il rude trattamento serviva di salutare avvertenza ai dubbiosi Fatto sta che molti dl quelli che esitavano a seguire gli eretici, si trattennero dal farlo per l'angoscia della diffamazione di cui sarebbero stati oggetto. Subirla per molti anni, senza capitolare forse è la forma più difficile dl coraggio.
IGNAZIO SILONE
Novembre 1962